Paesi Bassi al voto, Rutte alla caccia del quarto mandato

Paesi Bassi

Il 15 marzo i Paesi Bassi tornano al voto, in un’inedita tornata di tre giorni per evitare assembramenti ai seggi. Nel 2017 erano state le elezioni dei grandi sospiri di sollievo europeisti: dopo l’annus horribilis di Brexit e Trump, i sovranisti olandesi venivano sconfitti dai liberali di Mark Rutte. Un altro mondo rispetto ad oggi, ma i consensi per i partiti de L’Aia sono simili a quelli di quattro anni fa. La sfida non sembra essere tanto la riconferma di Rutte, che pare scontata, quanto il perimetro dell’area di governo in un Parlamento più frammentato che mai.

Il clima politico nei Paesi Bassi

Il governo si è dimesso in gennaio per uno scandalo sulla gestione degli assegni familiari. Le responsabilità erano principalmente del governo precedente, sempre guidato da Rutte, ma con il leader laburista Lodewijk Asscher alle politiche sociali, il ministero travolto dallo scandalo.

Il dibattito pre-elettorale è stato incentrato quasi esclusivamente sulla gestione della pandemia. I Paesi Bassi hanno registrato un numero di decessi piuttosto basso, ma sono indietro per quanto riguarda il piano vaccinale. Il governo ha attuato un discusso coprifuoco, per cui ci sono state anche delle rivolte violente, ma in generale la popolazione supporta le misure anti-Covid. L’immigrazione, tematica normalmente al centro del dibattito del Paese, è ai margini della discussione politica, danneggiando l’opposizione di destra. Più complessa la situazione economica: il governo ha alti gradi di approvazione per gli aiuti per la pandemia, ma è fortemente criticato alla sua destra per aver ceduto nella trattativa europea sul Recovery Fund.

L’area di governo

Mark Rutte guida il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD). Liberista in economia e progressista sui temi etici, il premier è in carica dal 2010 e ha guidato tre governi con tre differenti maggioranze, la prima delle quali con il discusso Geert Wilders, leader della destra anti-islam. Oggi guida una coalizione con il centrodestra di CDA, i liberal-progressisti di D66 e i cristiano-sociali di CU. Curiosamente in uno dei Paesi più secolarizzati d’Europa, due dei quattro partiti di governo si rifanno nel nome ai valori cristiani. Leader di CDA è Wopke Hoekstra, Ministro delle Finanze noto per le sue posizioni rigoriste in ambito europeo.

Secondo i sondaggi, il VVD otterrebbe intorno al 25%, CDA l’11%, D66 il 9% e CU il 4%. La riedizione della coalizione di governo è però tutt’altro che certa: con la legge iperproporzionale olandese la maggioranza dei quattro partiti sarebbe appesa a un filo. Rutte potrebbe poi decidere di lasciare fuori dalla maggioranza i troppo conservatori CU, sostituendoli con i verdi. Quasi certa invece la presenza nel prossimo governo degli altri tre partiti dell’attuale maggioranza, così come la premiership di Rutte.

L’opposizione di sinistra

Il Partito Laburista era stato il grande sconfitto delle precedenti elezioni, in cui era precipitato sotto il 6%. Alle Europee del 2019 era però tornato primo partito con il 19% dei consensi, mentre oggi i sondaggi lo stimano intorno all’8%. Simili percentuali per il Partito Socialista (che in Olanda è più a sinistra dei laburisti) e per la Sinistra Verde (GL), il cui leader Jesse Klaver si è detto pronto a entrare in un governo guidato da Mark Rutte. Discretamente popolare anche il Partito per gli Animali, stimato intorno al 4%. Tutti questi gruppi osteggiano il liberismo del premier e, con gradazioni diverse, propugnano politiche più dirigiste in campo economico e una maggiore attenzione all’ambiente.

L’opposizione di destra

Il principale partito della destra olandese è il PVV, guidato da Geert Wilders. Fortemente anti-islamico e anti-euro, ha criticato duramente Rutte per aver dato il via libera al Recovery Fund. I sondaggi stimano il PVV al secondo posto con il 13% dei consensi, in linea con il risultato ottenuto nel 2017.

Wilders non ha risparmiato attacchi al governo sulla gestione della pandemia, ma non ha mai negato la gravità della situazione sanitaria. Diversa la posizione del Forum per la Democrazia (FvD) di Thierry Baudet, che è stato l’unico politico a fare comizi di massa e a sostenere posizioni scettiche verso le misure restrittive e i vaccini. Tale scelta non pare però aver rilanciato un partito in piena crisi dopo le accuse di anti-semitismo che avevano portato lo stesso Baudet alle dimissioni. Oggi i sondaggi che stimano FvD tra il 2 e il 3%, in verticale crollo rispetto all’11% ottenuto alle scorse Europee.

Nato a Milano nel 1996. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all'Università di Pavia e in International Relations and European Politics presso la University of Bath. Praticante giornalista alla scuola Walter Tobagi. Appassionato di politica europea, di calcio e di tennis, ambiti in cui mi piace applicare la mia malsana passione per le statistiche.

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