Prima, durante e dopo: l’effetto Covid sui sondaggi britannici

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Tra gli effetti dell’epidemia da Covid-19, vi è anche quello di aver lasciato ai cittadini una maggiore consapevolezza dell’importanza del ruolo della politica nelle loro vite. Ad essere messa in discussione è la popolare idea dell’uno vale l’altro, dal momento che i governi si sono ritrovati a prendere decisioni vitali in campo sanitario ed economico, che hanno impattato in maniera dirompente sulla vita di tutti noi. Inevitabilmente, questo ha avuto conseguenze sul consenso di cui essi godono, provocando in alcuni casi significativi mutamenti rispetto al periodo pre-pandemia. Uno dei casi più evidenti di questo fenomeno, con cui si intersecano dinamiche politiche locali, è quello del governo britannico guidato dal conservatore Boris Johnson.

 

La situazione pre-Covid

Il 12 dicembre 2019, il Partito Conservatore vinse con il 43.6% dei voti (miglior risultato di ogni partito dal 1979) le sue quarte elezioni consecutive, superando di oltre 11 punti percentuali e di 163 seggi il Partito Laburista, che otteneva invece il suo peggior risultato in termini di eletti dal 1935. Johnson vinse le elezioni con lo slogan “Get Brexit done”: concludere la travagliata uscita del Paese dall’Unione Europea e concentrarsi su temi come il miglioramento del servizio sanitario nazionale, la sicurezza, il controllo dell’immigrazione e la definizione di una nuova politica commerciale nel segno della Global Britain erano gli obiettivi della sua campagna.

Il 31 gennaio 2020, il Regno Unito uscì ufficialmente dall’Unione Europea, sebbene sia stato concordato un periodo di transizione durante il quale Londra e Bruxelles stanno cercando (sia pure faticosamente) di raggiungere un accordo per evitare il temuto no deal. L’immediato mantenimento della promessa Brexit, insieme alle difficoltà nella leadership laburista, con Jeremy Corbyn che prendeva tempo sulle proprie dimissioni, portarono i Conservatori nelle rilevazioni di febbraio al 47% dei consensi, mentre i laburisti scivolavano al 31% e i Lib-Dem, persa ormai la battaglia sulla Brexit, al 9%. 

 

Sondaggio febbraio 2020, Fonte: Savanta

La gestione della pandemia

Nelle prime settimane di marzo, il Regno Unito sembrava prendere una strada differente da quella della maggior parte dei Paesi europei. Il governo aveva fatto capire di voler evitare chiusure generalizzate per non danneggiare eccessivamente l’economia, affidandosi a generiche indicazioni di comportamento per il contenimento dell’epidemia. Tuttavia, il rapido aumento dei contagi e la malattia dello stesso Johnson (che ha rischiato la vita finendo in terapia intensiva) portarono il governo a una rapida marcia indietro, con Londra che ha vissuto il lockdown più lungo d’Europa, sia pur meno severo rispetto a quello italiano.

Questa gestione ondivaga della situazione sanitaria, insieme ai dati che danno al Regno Unito il triste primato di Paese con più decessi da Covid del Vecchio Continente, hanno fermato la crescita di consensi del Partito Conservatore, che ha toccato punte del 52% mentre Johnson lottava per la vita all’ospedale St. Thomas di Londra. In quegli stessi giorni, il Partito Laburista elesse come nuovo segretario Keir Starmer, percepito come più pragmatico e moderno rispetto a Jeremy Corbyn, cui è stato imputato il disastroso risultato elettorale dello scorso dicembre. Con la segreteria Starmer, il Labour è passato dal 28% di aprile al 38% delle ultime rilevazioni, mentre i Conservatori sono scesi al 40%. 

 

Scenari futuri

Dopo i mesi difficili della pandemia, il Regno Unito sta faticosamente tornando alla normalità, sebbene mantenga norme molto caute (di pochi giorni fa è il divieto di riunirsi in più di 6 persone) nel timore di una seconda ondata. Nonostante il trend decrescente dei sondaggi, il Partito Conservatore mantiene ancora consensi da record e ha una salda maggioranza parlamentare con cui, salvo imprevisti, governerà fino alla fine del 2024. Al contrario della gestione sanitaria poi, la gestione economica della pandemia da parte del governo Johnson è stata generalmente accolta con favore dalla popolazione. La leadership di Keir Starmer sembra invece aver dato nuova verve al Partito Laburista, che sta tornando a contendere i voti moderati ai Conservatori che si stanno muovendo in maniera quantomeno spregiudicata nei negoziati sulla Brexit. I Lib-Dem hanno invece abbandonato la battaglia europeista con la nuova leadership di Ed Davey, cercando di guadagnare voti al centro in uno scenario che resta fortemente polarizzato. Infine, preoccupa i Conservatori la costante crescita dello Scottish National Party in una Scozia che, in larghi settori, sogna un nuovo referendum sull’indipendenza per allontanarsi definitivamente da Londra e riabbracciare Bruxelles.

Nato a Milano nel 1996, ho studiato Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali all'Università di Pavia e successivamente International Relations and European Politics presso la University of Bath, in Inghilterra. Sono appassionato di politica europea, di calcio e di tennis, ambiti in cui mi piace applicare la mia malsana passione per le statistiche.

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