Quali intermediari per la democrazia

partiti

Sin dalla loro nascita, i partiti politici sono stati il principale collegamento fra le istituzioni e il popolo. In Italia i partiti hanno visto la loro età d’oro durante l’epoca della cosiddetta Prima Repubblica fino al 1992. Da lì in avanti, i partiti hanno iniziato un lento e inesorabile declino, non tanto politico, quanto di reale collegamento fra le persone, facendosi trovare impreparati alla nascita di due forze che oggi dominano il panorama politico italiano: Lega e il Movimento 5 Stelle.

I partiti vedono la loro nascita, almeno nella loro forma organizzata, all’interno dell’assemblea costituita durante la rivoluzione francese. Già all’interno del parlamento inglese erano iniziati a nascere degli embrioni di queste strutture. La vera era d’oro dei partiti politici però si può identificare con il XX secolo con l’affermarsi all’interno delle istituzioni dei grandi partiti di massa. L’esempio Italiano può ritenersi emblematico avendo avuto come partito di governo per più di quarant’anni la D.C. e al contempo il più grande partito comunista del mondo occidentale.

Con la fine del cosiddetto “compromesso storico”, si può identificare la fase del declino politico dei partiti italiani che avrebbe portato quel sistema a concludersi con la questione di tangentopoli del 1992. Forse più importante di tangentopoli, per l’attuale situazione italiana, è il successo elettorale della Lega Nord di Umberto Bossi, un partito nato dall’unione delle diverse leghe nate nelle regioni del Nord-Italia che nel corso degli anni ha raggiunto una connotazione nazionale con l’avvento alla Segreteria Federale dell’attuale Leader Matteo Salvini.

L’altro elemento deflagrante per la politica Italiana è stata la nascita del Movimento 5 Stelle. Sin dalla sua nascita il M5S si è contraddistinto per la propria ideologia populista anti-partitica e anti-sistema. Un movimento considerato come marginale all’interno del panorama politica Italiano, nel 2013 ottenne più del 25% dei voti, giungendo al suo livello più alto nelle elezioni politiche del 2018 con il 35% dei votanti, diventando di fatto la prima forza politica italiana.

Questi due percorsi possono vedere il proprio punto di arrivo comune con la nascita del governo denominato Conte I, nato dal “contratto di governo” fra i due partiti. Con la nascita di questo governo, che lo stesso presidente del consiglio definì populista, si poteva considerare raggiunto l’apice di questa lunga marcia populista italiana. I due partiti che più avevano incarnato il sentimento anti-sistema e anti-partito dilagante in Italia, erano riusciti a trovare un’intesa comune che facesse nascere un governo.

La domanda che però doveva nascere in quel momento doveva essere: le due forze avrebbero cambiato il sistema o sarebbero finite per essere “corrette” dal sistema stesso? Bisogna a questo punto analizzare due momenti salienti per identificare come le logiche del sistema abbiano sensibilmente modificato le due forze.

Il primo si può identificare con la nascita del governo Giallo-Rosso, il governo Conte II. La nascita di questo governo fu dovuta dall’accordo fra il M5S e il Partito Democratico di Nicola Zingaretti, un movimento e un partito politico che fino a pochi giorni prima era da considerarsi agli antipodi dell’arco politico Italiano.

Il secondo è da identificarsi invece con la nascita, della nuova segreteria Federale della Lega. Una segreteria che, almeno nella sua formazione, si svincola definitivamente dalla logica della Lega Nord di Bossi, inserendo al suo interno sindaci e amministratori di varie realtà nazionali.

Possiamo quindi dire che i due partiti sono diventati oramai parte di quel sistema di potere nato dopo la fine della prima repubblica?

Per certi versi, la risposta a questa domanda è da definirsi positiva.

Il M5S ha dovuto svincolarsi dai suoi ancestrali paradigmi per giungere ad alleanze e compromessi con due delle forze che storicamente aveva osteggiato. Uno sforzo non senza conseguenze: il consenso del M5S è crollato facendo giungere il movimento dal 35% al 15% e durante l’ultima tornata amministrativa quasi nessuno fra i candidati governatore e sindaco del movimento è riuscito a imporsi come vincitore.

La Lega ha dovuto indossare l’abito istituzionale del partito classico, almeno nella sua struttura dopo quello che taluni considerano il “suicidio politico” di Matteo Salvini con l’uscita del suo partito dal governo Conte I. Durante la tornata amministrativa del 2020, la maggioranza degli osservatori è concorde nel vedere Matteo Salvini come il grande sconfitto, poiché i suoi candidati non sono riusciti a imporsi in nessuna regione e quelle 3 vinte dal CDX hanno visto vittoriosi Giovanni Toti (leader del Movimento Cambiamo!), Francesco Acquaroli (Fratelli d’Italia) e Luca Zaia (iscritto alla Lega, ma la cui lista personale si è imposta come prima forza politica Veneta).

Il caso italiano dimostra che i movimenti e le leghe nazionali hanno bisogno di interfacciarsi ai modelli dei classici partiti per poter raggiungere un ruolo di potere nel sistema. Quindi si potrebbe anche dire che i partiti sovranisti e populisti che si sono posti come anti-sistema hanno fallito la loro missione di modificare sostanzialmente il sistema nei quali si sono sviluppati.

Il caso italiano però al contempo dimostra anche come la democrazia per rimanere ancorata ai suoi classici interlocutori deve finire per identificarsi non tanto nei suoi valori, quanto nelle istituzioni. Soprattutto il Movimento 5 Stelle ha tentato di rompere i classici schemi, indirizzandosi verso una forma di partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni attraverso la Piattaforma Rousseau.

Senza voler indagare sulla vera o meno incidenza che la piattaforma ha avuto sulla democrazia, possiamo tranquillamente sostenere che è in corso all’interno del paese una ricerca di interlocutori adatti a sviluppare un canale diretto con le istituzioni. Se definiamo la Lega e il Movimento 5 Stelle come non come partiti, ma come movimenti in cui la partecipazione diretta delle persone (intesa come populismo) è alla base di una forza anti sistema, si può identificare nel Partito Democratico l’ultimo partito italiano, inteso come una forza che mantiene una struttura ramificata in tutto il territorio nazionale.

Quindi, se la Lega e il Movimento 5 Stelle hanno iniziato a trasformarsi in veri e propri partiti e il Partito Democratico rimane l’unico partito strutturato, ma al contempo soffre una crisi elettorale che non gli permette di poter vincere un’elezione al livello nazionale, quale è l’intermediario vero fra la democrazia/istituzioni e il popolo?

La risposta non deve essere identificata in nuove forme di corpi intermedi, ma nel cambiamento della forma di partecipazione che i partiti possono offrire. Attualmente solamente la Lega e (almeno a livello di dichiarazioni) il PD hanno intrapreso questa strada. La prima con l’apertura ai territori della propria segreteria, il secondo con la volontà di aprire i propri organi decisionali nazionali alla società civile (Sardine e FridayForFuture). Il M5S rimane l’unica grande forza che al livello nazionale non ha ancora deciso una direzione intrapresa dagli altri due grandi partiti italiani.

La democrazia ha quindi dimostrato come per poter funzionare ha ancora necessità di avere un riferimento partitico. Tutte quelle forze che hanno tentato di tentato di porsi come forze alternative, sono finite nel doversi piegare alle “regole del gioco” per poter esercitare il loro potere. La risposta alla crisi dei partiti quindi deve essere ritrovata non tanto in nuovi sistemi, ma nell’apertura dei movimenti ad una platea decisionale sempre più amplia, in modo tale che i partiti possano diventare degli intermediari credibili. La vera sfida che i partiti devono affrontare non è se aprirsi o meno, ma il quanto per poter trovare l’equilibrio che continui a caratterizzarli come forze politiche con una identificazione ideologica.

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