Spagna, la sinistra tra legge di bilancio e calo nei sondaggi

PGE2020

Sale la tensione a Madrid, dove il governo di centrosinistra si appresta ad approvare la legge di bilancio. Già alla fine di ottobre le forze di maggioranza avevano annunciato l’accordo sul tema, ma con l’avvicinarsi del voto in Parlamento tornano a farsi sentire le divergenze tra l’ala moderata guidata dal PSOE e l’ala radicale capeggiata da Podemos.

Il contesto

Il 28 ottobre Pedro Sánchez e Pablo Iglesias, rispettivamente Primo Ministro e Vice Premier, annunciano l’accordo sul Presupuestos Generales del Estado 2021, l’equivalente della nostra legge di bilancio. Si tratta di un momento fondamentale per la vita politica del Paese, perché decide quante risorse verranno impiegate nell’anno a venire e su quali campi verranno concentrate. La trattativa, inoltre, arriva in un momento assolutamente eccezionale: la Spagna, con oltre 250 morti al giorno, è tra le nazioni più colpite dalla seconda ondata della pandemia, e le cronache sono dominate dagli scontri quotidiani tra governo nazionale e autorità locali a proposito delle misure di contrasto al virus. A guidare il governo sono il Partido Socialista Obrero Español (PSOE), storica formazione di centrosinistra e primo attore politico del paese, e Unidas Podemos (UP), l’alleanza tra i populisti di sinistra di Podemos e i post-comunisti di Izquierda Unida. Una compagine di governo che ha faticato a comporsi – più volte il Re è stato costretto a sciogliere le camere prima di trovare una maggioranza in parlamento – e retta grazie al supporto delle forze indipendentiste catalane, basche e galiziane.

La notizia della fumata bianca viene accolta con sollievo dal mondo progressista, e i media di tutta Europa danno ampio spazio alla scelta dell’esecutivo iberico di aumentare le tasse alle fasce più alte della popolazione. Anche i giornali italiani descrivono questa finanziaria come “la più a sinistra della storia”.

Le misure

Ma cosa prevede l’accordo annunciato ormai oltre due settimane fa? Un insieme di interventi espansivi, cioè votati all’ampliamento del settore pubblico e al sostegno della domanda interna. Una posizione da sempre cara a Podemos e resa relativamente mainstream in tutto il continente dalla crisi pandemica.

Il costo complessivo della manovra dovrebbe aggirarsi attorno ai 240 miliardi, una cifra descritta come “senza precedenti” dall’esecutivo. Il settore che vede la crescita maggiore è, per ovvi motivi, quello sanitario, al quale viene promesso un aumento del 150% rispetto al budget originario. Seguono la ricerca, con un +80%, e l’istruzione, +70%. Aumenta anche la spesa per infrastrutture, cultura, lavoro, commercio (caro al PSOE) e servizi di cura (pronti bonus per badanti, asili nido e permessi di maternità, fortemente voluti da Podemos). Il Ministero per la Transizione Ecologica e il Ministero per l’Agenda 2030, due dicasteri che non hanno corrispondenti in Italia, ottengono 5 miliardi per le energie rinnovabili, che fanno il paio con la la Dichiarazione di Emergenza Climatica approvata in estate. Discorso a parte per le politiche abitative: il Governo promette di quadruplicare le risorse, e le componenti più radicali della maggioranza annunciano che entro febbraio verrà approvata una legge contro gli sfratti e la speculazione edilizia. Un provvedimento questo ideato e promosso dalla sindaca di Barcellona Ada Colau. Assieme alle novità, però, non mancano segni di continuità: nonostante in molti avessero promesso il contrario, anche il settore militare registra un leggero aumento delle risorse a sua disposizione.

Dove verranno reperiti i fondi? La Spagna ha deciso di puntare sulla leva del finanziamento diretto sul mercato, annunciando un deficit stimato dell’8% – ben oltre il vincolo europeo del 3%. Non è chiaro, però, cosa avverrà a crisi conclusa: Podemos è notoriamente contraria alle limitazioni imposte dall’Europa, ed è presumibile non intenda promuovere piani di rientro che riportino la percentuale su cifre minori; il PSOE, invece, ha difeso in passato i vincoli comunitari, benché da qualche anno consideri conclusa la stagione dell’austerity. Altri fondi arriveranno dai trasferimenti promessi nell’ambito di Next Generation UE (quello che in Italia chiamiamo Recovery Fund) e da un piccolo aumento delle tasse sulle fasce più alte: +2% sulla tassazione dei redditi da lavoro superiori ai 300mila euro l’anno e +3% sul prelievo dei redditi da capitale che superano i 200mila euro. A ciò si aggiunge una piccola patrimoniale – che le regioni possono però non implementare – e alcuni interventi minori: Google Tax contro i giganti dell’IT, Tobin Tax sulle transazioni valutarie, Sugar Tax contro il consumo di bevande zuccherate. Non si ricorrerà, almeno per ora, nè al tanto discusso Meccanismo Europeo di Solidarietà (MES) nè ai prestiti del Next Generation UE, smarcandosi così anche dai governi di altri paesi meridionali come Francia e Italia (ma non dal Portogallo, che seguirà la linea di Madrid).

Le polemiche

Nonostante il Governo si fosse mostrato unito nel presentare queste misure, resta ancora una certa distanza sulla questione abitativa sopra accennata. Podemos ha presentato, assieme ai catalani di ERC e ai baschi di Bildu, un’emendamento alla legge di bilancio che prevede lo stop agli sfratti fino al 2023. Un blocco simile è già in vigore, ma solo fino alla fine di quest’anno, e il PSOE non sembra interessato a rinnovarlo. La responsabile economica del Partito Socialista, Nadia Calviño, ha accusato il leader di Podemos Pablo Iglesias di “cercare il conflitto”, e ha dichiarato che “si troverebbe più a suo agio a governare con il Partido Popular [principale forza di centrodestra N.d.R”. Gli ha risposto indirettamente lo stesso Iglesias, che in un tweet scrive “Il blocco degli sfratti ha nemici molto potenti. Basta accendere la radio per vederlo con i propri occhi. Ma non siamo stati votati per fare amicizia, bensì per spingere con le forze che abbiamo per eliminare, anche parzialmente, alcune ingiustizie. Ecco cos’è il governo”.

Alla sinistra populista, però, servono i voti dei socialisti per far passare l’emendamento. Le destre sono compattamente contrarie, e i pochi seggi degli indipendentisti e di Más País – scissione verde della stessa Podemos – non bastano.

I sondaggi

In questo clima infuocato – e con la crisi da covid che non accenna a fermarsi – sono state intanto pubblicate le ultime rilevazioni elettorali. Secondo il quotidiano La Razón il blocco di Governo avrebbe perso oltre un milione di voti in un anno: cala il PSOE, ora al 26.8% (-1,2), e soprattutto Unidas Podemos, che tocca l’11,5% (-1,4). Segno meno anche per i popolari del PP, secondo partito col 23,3% (-1,6), mentre crescono la destra radicale di Vox, ormai stabilmente terza forza col 15,9% (+0.9), e i liberali di Ciudadanos, al 7% (+1,6) – comunque ben al di sotto del 20% e oltre registrato meno di un anno fa. A pesare sulla sinistra – ipotizza il giornale spagnolo – è probabilmente la gestione della pandemia, considerata confusionaria e segnata dalle continue tensioni tra esecutivo nazionale e amministrazioni locali. La distribuzione dei seggi rispecchia abbastanza fedelmente le percentuali di voto. Fanno eccezione alcune forze indipendentiste – in particolare le catalane Esquerra Repubblicana (ERC) e Jiuntss Pel Sì (JxCat), entrambe di sinistra – sovrarappresentate a causa del carattere locale del loro elettorato. Il dettaglio nel grafico sottostante.

 

Sassarese, 20 anni, Studente di Scienze della Comunicazione a Bologna. Scrive come freelance o contributor per Repubblica, Jacobin Italia, The Wise Magazine, Election Day e Senso Comune. Conduce il podcast di politica internazionale l'Inviato.

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