USA2020: l’importanza degli swing states

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A poco più di un mese dalle elezioni presidenziali di Novembre, i sondaggi cominciano ad assumere una maggiore precisione e delineano un quadro abbastanza simile a quello precedente le elezioni del 2016.

Nonostante infatti Trump partisse fortemente in vantaggio, l’emergenza del coronavirus e le problematiche sociali ed economiche ad esso correlate hanno provocato un ribaltamento della situazione. La media dei sondaggi nazionali infatti, come elaborato da FiveThirtyEight, attribuisce al candidato democratico il 52,8% delle preferenze a fronte del 45,9% riservate al candidato repubblicano.

Come hanno insegnato le scorse elezioni, tuttavia, il risultato è tutt’altro che scontato e la vittoria dipenderà soprattutto dai cosiddetti swing states. La platea di questi stati si è allargata molto dal 2008, anno in cui Obama riuscì a strappare la North Carolina ai repubblicani e durante queste elezioni rischia di coinvolgere anche stati come il Texas, da sempre roccaforte repubblicana.

La crisi occupazionale

Rispetto al 2016 la situazione è decisamente mutata sia dal punto di vista demografico, sia dal punto di vista elettorale. Il punto focale della campagna di Trump alle scorse elezioni era l’occupazione della classe media americana. Il lockdown, blando, applicato negli Stati Uniti ha tuttavia portato ad una crisi occupazionale inedita, soprattutto se rapportata alla crescita lavorativa realizzatasi con l’amministrazione Trump. In particolare, ciò che dovrebbe preoccupare il candidato repubblicano sono i record di disoccupazione registrati in alcuni stati cardine per la vittoria nelle scorse presidenziali.

In Florida, la cui economia è fortemente basata sul turismo, il tasso di disoccupazione ha superato il 10%, causando la perdita di più di un milione di posti di lavoro. Questo stato, che garantisce ventinove grandi elettori, vede attualmente in vantaggio Joe Biden per un differenziale di appena l’1,4%. Una situazione molto simile caratterizza l’Ohio, uno degli swing state per eccellenza. Lo stato dei grandi laghi ha raggiunto picchi di disoccupazione del 17,9% durante l’emergenza e attualmente vede i candidati divisi da meno di mezzo punto percentuale. Gli analisti politici americano ritengono molto importanti questi due stati. Negli ultimi decenni infatti, il loro voto è sempre coinciso con il vincitore delle elezioni.

Il movimento Black Lives Matter

Il presidente uscente Donald Trump, se vorrà ribaltare i sondaggi, dovrà riuscire nuovamente a distruggere il “Muro Blu”. Questo insieme di stati comprende il Michigan, la Pennsilvanya, il Minnesota e il Wisconsin e gli analisti statistici lo considerano fortemente in bilico.

Da una parte, infatti, la crisi occupazionale ha colpito fortemente anche questi stati. Nel pieno della crisi il tasso di disoccupazione in Michigan ha raggiunto picchi addirittura del 25,4%. D’altra parte tuttavia, il dibattito pubblico in questi stati è particolarmente polarizzato dalle proteste del movimento Black Lives Matter. In particolare, il Minnesota e il Wisconsin sono stati il teatro di due degli eventi più rappresentativi di questi mesi, gli omicidi rispettivamente di George Floyd e Jacob Blake. A seguito delle proteste, anche violente, che sono scaturite da questi eventi, il motto “Law and Order” sta attecchendo fortemente sulla popolazione, permettendo a Trump di ridurre il gap con il candidato democratico.

I cambiamenti demografici

Non sono solamente le roccaforti democratiche ad essere in discussione nelle prossime elezioni, ma anche quelle repubblicane. La principale motivazione di questo fenomeno è la diversificazione culturale ed economica che ha caratterizzato diverse zone rurali degli Stati Uniti dal primo mandato di Obama ad oggi.

Gli stati maggiormente soggetti a questo cambiamento sono North Carolina, Arizona e Georgia. La rivoluzione economica che ha coinvolto l’America ha permesso loro di trasformare la propria economia da un’industria prevalentemente rurale agricola ad un modello più moderno, che ha favorito l’urbanizzazione ed ha attratto cittadini di stati confinanti. Il risultato di questa trasformazione è stata la modifica della loro composizione demografica, diventata meno bianca e meno rurale, indebolendo la base elettorale di Trump. Attualmente, il bilancio è di sostanziale parità. Mentre, infatti, il presidente uscente è il candidato favorito dai sondaggi in Georgia, Biden conduce la corsa in Arizona, ma in entrambi i casi il differenziale è talmente risicato da non poter fare previsioni realistiche. In North Carolina la situazione è ancor più enigmatica e vede i due candidati separati di appena mezzo punto percentuale.

La situazione tuttavia più critica per il partito repubblicano è in Texas. Nonostante Trump sia in vantaggio di tre punti percentuali, la corsa è meno scontata di quanto sembri. Questo è dovuto alla grave crisi economica, dovuta principalmente al crollo del prezzo del petrolio che ha causato un aumento della disoccupazione fino al 10%. Ma questo fenomeno è dovuto soprattutto alla sua rinnovata composizione demografica. Unitamente alla grande percentuale di latini nel territorio, negli ultimi anni il Texas ha assistito ad un’immigrazione principalmente da stati costieri come California e New York, che ha provocato un ampliamento del bacino elettorale democratico.

Il quadro generale

Esattamente come nelle scorse elezioni presidenziali, i sondaggi sostengono che Donald Trump partirà da sfavorito. La media delle rilevazioni statistiche nazionali, elaborata da 270ToWin, attribuisce preventivamente a Joe Biden 290 grandi elettori, mentre al presidente uscente solo 248.

Secondo i modelli statistici il candidato democratico ha al momento una probabilità del 77% di vittoria in queste elezioni. Tuttavia, l’incertezza di molti stati potrebbe causare forti sorprese anche post elettorali. Il candidato repubblicano ha infatti già annunciato che nel caso risultasse sconfitto sarebbe pronto a rivendicare l’irregolarità di queste elezioni, da lui più volte definite come corrotte.

Un tema che sarà sicuramente centrale nel dibatto pubblico nel prossimo mese è quello dell’elezione del nuovo Giudice della Corte Suprema, a seguito della dipartita di Ruth Bader Ginsburg. Da una parte si profila per i repubblicani l’occasione di indirizzare nettamente gli equilibri della Corte a loro netto favore. D’altra parte un’indagine statistica rileva come la maggioranza degli americani ritiene che dovrà essere il futuro presidente ad eleggere il suo successore.

In una delle elezioni più incerte delle ultime decadi, anche un minimo tema potrà fare la differenza. In tal senso bisognerà fare attenzione anche ai terzi partiti, come quello Libertario, che potranno fungere da ago della bilancia in alcuni stati fondamentali.

Nato a Monopoli (BA) nel 2000.
Di giorno studio Economia e Finanza all'Università Bocconi, di notte mi barcameno tra la politica italiana e la geopolitica.

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