Zaia è un pericolo per la Lega di Salvini?

Zaia e Salvini

In Italia i giorni dopo le elezioni c’è una cosa che amiamo fare più di tutte: l’analisi del voto.

Commentatori, giornalisti e appassionati di politica si affannano e si sostengono a vicenda in argomentazioni spesso astruse, l’obiettivo?

Trovare correnti e spifferi interni ai partiti, scovare i piccoli segnali di malcontento tra la base, la parolina fuori posto o il non pervenuto tweet di congratulazioni di un esponente per montare a regola d’arte il caso politico della settimana.

Dopo la tornata elettorale del 20 ed il 21 settembre il giochino si è ovviamente ripetuto, il centro sinistra però, che si è sempre prestato più che volentieri a questa dinamica, ha lasciato spazio alle discussioni sul centro destra, capeggiato (forse) ancora da Salvini e dalla Lega.

I dati di partenza

Partiamo dai dati, il partito di Salvini è riuscito a tornare tra gli attori protagonisti della politica italiana, la storia la sappiamo e fino allo scorso gennaio l’ascesa della Lega sembrava inarrestabile. Il 34% alle europee del 2019 doveva essere la base per la vittoria sette mesi dopo in Emilia-Romagna, quando però, la corsa fu interrotta dalle sardine e da Bonaccini che superò la candidata Borgonzoni di 3 punti percentuali, dopo competizione serratissima, in cui il leader spese anima e corpo in favore della sua candidata.

Nove mesi e una pandemia dopo il mondo e la politica italiana hanno subito lo scossone del Covid-19 durante il quale, complice l’insicurezza e la precarietà, la popolazione italiana si è stretta attorno ai propri governanti in cerca di risposte che dall’area leghista sono giunte in maniera opposta: la Lombardia è stata l’occhio del ciclone del coronavirus, mentre il Veneto di Zaia, prontamente assistito da Crisanti e dall’Università di Padova è riuscito a limitare efficacemente danni e contagi.

L’appuntamento referendario ha coinciso con ben 7 elezioni regionali in cui la Lega ed il centro destra partivano tutt’altro che in svantaggio: il taglio dei parlamentari infatti fu votato anche dalla Lega all’epoca del Conte I e più volte Salvini si è speso per il “sì” al referendum, per quanto riguarda le elezioni regionali invece, ai nastri di partenza la coalizione di centro destra poteva verosimilmente ambire alla conquista di 6 regioni (Campania esclusa), tra queste la punta di diamante doveva essere la Toscana, da sempre in mano al centro sinistra.

La campagna elettorale

Durante questa atipica campagna elettorale il leader leghista ha mantenuto una certa coerenza nello stile che lo ha sempre contraddistinto: dichiarazioni forti sui social e presidio asfissiante del territorio, non tanto nel Veneto di Zaia che sembra risplendere di luce propria, quanto in Toscana, dove l’altra candidata di estrazione leghista Susanna Ceccardi aveva buone speranze per lo storico sorpasso.

Il risultato lo sappiamo: 48% a 40% per Giani e un’altra significativa batosta per il segretario della Lega che adesso, oltretutto, dovrà fare i conti con l’acclamata figura di Luca Zaia.

Col senno di poi si possono identificare i punti deboli della strategia salviniana in campagna elettorale: innanzitutto la scelta della candidata, troppo ideologicamente schierata con Lega e poco adatta, quindi, a convincere quegli elettori indecisi o moderati; il “vinciamo 7 a 0″ dichiarato a più riprese ha contribuito ha caricare di significato la competizione in Toscana, mobilitando probabilmente quel pezzo di elettorato tradizionalmente di sinistra come successe in Emilia-Romagna e provando a fare leva proprio sulla questione dell’identità toscana in una partita che vedeva misurarsi nelle teste leghiste Firenze contro il resto della regione. Infine, ampliando lo sguardo oltre la Toscana si nota come al sud Italia le percentuali siano poco confortanti contrariamente a ciò che è successo all’altro partito alleato, Fratelli D’Italia che è cresciuto praticamente ovunque anche con candidati non particolarmente favorevoli alla Lega come il pugliese Fitto.

Dopo le elezioni

 

Il plebiscito di Zaia in Veneto potrebbe provocare non pochi grattacapi a Salvini, il candidato leghista può vantare il sostegno del 75% degli elettori, una percentuale di consensi mai vista prima a delle elezioni regionali, a ciò si aggiunge che il 46% dei votanti ha barrato la lista Zaia mentre “solo” il 15% quella della Lega. Il risultato naturalmente è sempre lo stesso, ma il segnale è abbastanza chiaro: Zaia gode di un sostegno e di una fiducia tale da poter impensierire l’attuale leader e, per giunta, in una roccaforte leghista.

In una recente intervista il governatore veneto ha dichiarato di non aver “ambizioni nazionali o partitiche, ho sempre fatto l’amministratore. I veneti si fidano di me perché sto dietro alle cose concrete, non vado in giro a far comizi” una frase che smorza le voci ma al contempo non nasconde una piccola frecciatina a Salvini, che dei tour elettorali ha fatto uno dei suoi tratti distintivi.

Dalla base qualche voce di malcontento si è fatta timidamente sentire e si avverte qualche scricchiolio, in Zaia alcuni rivedono la Lega delle origini, senza velleità nazionali, ma con il governo del territorio alla base del proprio operato e consenso. La dimostrata competenza e l’indole più moderata inoltre potrebbero convincere anche quegli elettori indecisi o spaventati dai toni estremisti dell’attuale leader.

E mentre anche dal centro sinistra si spendono parole di stima per il riconfermato Presidente, Salvini deve guardarsi anche dalla costante crescita di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, probabilmente il vero vincitore delle regionali appena passate.

Nato a Brescia, laureato in Comunicazione Politica a Torino. L'interesse per politica ed informazione ha guidato il mio percorso di studi. Grande appassionato di cinema e basket.

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