A Jordanian woman shows her ink-stained finger after casting her ballot in the parliamentary elections at a polling station in the capital Amman on September 20, 2016.
Jordanians are voting in an election that could see opposition Islamists re-emerge as a major parliamentary force in the key Western ally./ AFP PHOTO / Khalil MAZRAAWI

Giordania: elezioni legislative nel Regno Hashemita

Tra pochi giorni si terranno le elezioni legislative nella Giordania. Il popolo del Regno Hashemita sarà chiamato a rinnovare la camera bassa (majlis an-Nuwaab) del parlamento per i prossimi quattro anni, mentre per quanto riguarda l’Assemblea dei Senatori (majlis al-Aayan) i suoi membri sono nominati direttamente dal Re per un mandato di otto anni.

Il Capo dello Stato, Re Abdullah II, ha emesso un decreto reale confermando che le elezioni parlamentari, per la loro diciannovesima edizione, si terranno regolarmente nei tempi previsti. Con questo decreto, il Monarca pone fine alle polemiche che riguardavano la possibilità o meno dello svolgimento delle elezioni alla luce della situazione pandemica e le relative misure limitative.

In seguito, la Commissione Elettorale Indipendente, che è responsabile della supervisione del processo elettorale, ha fissato l’election day per il 10 novembre assicurando che verranno adottate tutte le precauzioni necessarie.

Le legislative del 2016

Le scorse elezioni del 2016, hanno assistito ad un calo della partecipazione rispetto a quelle precedenti: votarono quasi un milione e mezzo a fronte di un elettorato attivo di circa 4,1 milioni, registrando una mediocre percentuale del 36%. Uno dei motivi di questo abbassamento è la legge emanata antecedentemente, che nega ai giordani espatriati la possibilità di esprimere il proprio voto.

Dei 1252 candidati, solo 253 erano esponenti di partito. Di questi, soltanto 37 furono eletti deputati. Gli undici partiti politici risultati vincitori si sono suddivisi i 37 seggi: di questi, 15 guadagnati dalla Coalizione Nazionale per le Riforme (centro destra) a guida del partito Fronte Islamico d’Azione (FIA).

Il contesto politico e la gara elettorale

A fianco delle tante liste locali che corrono in questa tornata elettorale, partecipano 47 partiti politici. Il partito Salvataggio e Cooperazione (islamico centrista), fondato nel 2017 da una scissione del FIA, sarà l’unico a non presentarsi boicottando le elezioni e denunciando frodi elettorali.

I maggiori schieramenti sono quello del Fronte Islamico d’Azione, capeggiato da Mohammed Al-Zyoud e la Coalizione dei Partiti Nazionalisti e di Sinistra formata da sei partiti: Partito Popolare Democratico, Partito Comunista Giordano, Unità Popolare Democratica, Movimento Nazionalista, Partito Ba’th Progressista, e Partito Ba’th Socialista.

Queste elezioni, rispetto a quelle precedenti, vedono crescere il numero di candidati a nome di un partito politico, in totale sono 382. La ragione dell’aumento della rappresentanza e della concorrenza partitica, secondo il Ministro dello sviluppo politico e degli affari parlamentari Musa Maaytah, è rintracciabile nel “nuovo sistema di contribuzione finanziaria dei partiti” volto ad incentivare l’attività e la partecipazione di questi.

Sistema elettorale

La camera bassa del parlamento bicamerale della Giordania è composta da 130 seggi, di cui 115 vengono ricoperti con il sistema proporzionale plurinominale con lista aperta e voto di preferenza. Di questi, nove seggi sono riservati alla minoranza cristiana e altri tre alle minoranze cecena e circassa. La normativa non prevede alcuna soglia elettorale, per cui ai candidati che ottengono il maggior numero di voti di preferenza vengono assegnati i seggi in via prioritaria. Allo stesso modo, in ciascuna circoscrizione con seggi riservati per le minoranze, vince il candidato che si è precedentemente iscritto come membro della minoranza di riferimento e che ha ottenuto il maggior numero di voti.

Infine, si aggiungono 15 posti riservati alle donne secondo il sistema “best losers”. Ovvero vengono assegnate ai candidati di genere femminile, sempre nel rispetto del voto preferenziale, che non risultino rientranti nei 115 seggi iniziali.

Le circoscrizioni elettorali sono 23, ciascuna corrisponde ad un numero di seggi che va da un minimo di tre ad un massimo di nove.

 

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USA2020, l’ultima carta della Corte Suprema

This election is not over
Matt Morgan, consigliere generale della campagna di Donald Trump 2020

Sembra assurdo ma la guerra tra Donald Trump e Joe Biden non finirà dopo l’estenuante conteggio dell’elezione presidenziale americana più anomala della storia. Venerdì sera il Tycoon ha dichiarato senza mezzi termini di non riconoscere l’esito del voto, aprendo così un conflitto politico-istituzionale senza precedenti. La situazione non è ancora sotto controllo: i democratici attendono il conteggio negli ultimi Stati, i repubblicani rompono i ranghi e la tensione resta alta da una costa all’altra. Fonti della Casa Bianca raccontano un Trump furioso, pronto a giocare qualunque carta pur di non lasciare lo Studio Ovale. Ma le vie di Trump non sono infinite e l’unica strada che gli si prospetta è lo scontro sul piano giudiziario. Il suo team legale ha già annunciato di essere pronto a dare battaglia a colpi di ricorso e, se necessario, ad arrivare sui banchi della Corte Suprema.

IL POMO DELLA DISCORDIA: IL VOTO POSTALE

Una delle ragioni che spingono Trump a definire “illegal” milioni di voti è la modalità con la quale sono stati espressi: il voto postale. Prima dell’Election Day avevano votato quasi 100 milioni di aventi diritto. Tra gli early voters oltre 63 milioni hanno preferito il voto per corrispondenza, fortemente voluto dai Democratici per evitare il rischio di assembramenti, ma osteggiato dai Repubblicani per paura che potesse sfavorirli nella corsa alla Casa Bianca.

Va precisato che il “mail-in ballot” non è una novità per gli Stati Uniti. In 34 Stati su 50, infatti, il voto per posta era già previsto come “absentee ballot”, una possibilità per coloro che non si trovano nella città di residenza il giorno delle elezioni, la quale prevede l’invio della scheda elettorale all’avente diritto senza bisogno di fornire particolari giustificazioni. Nei 16 Stati rimanenti è presente un simile metodo elettorale riservato, però, alle categorie fragili della popolazione.

Allora qual è il motivo per cui Trump si scaglia contro questa prassi? Il Grand Old Party non critica in sé il voto postale, ma la scelta adottata da alcuni Stati federati di accettare le schede arrivate per posta dopo il giorno del voto, purché spedite entro il 3 novembre. Nello specifico, parliamo di ben 20 Stati, tra cui il Nevada (entro il 10 novembre), il North Carolina (entro il 12 novembre) e la Pennsylvania (entro il 6 novembre). Il mese scorso, la questione era già stata portata davanti alle Alte Corti degli Stati coinvolti, ottenendo da parte loro la conferma delle leggi elettorali in vigore. Non contenti, i Repubblicani avevano tentato di appellarsi alla Corte Suprema Federale per sospendere le sentenze di Pennsylvania e North Carolina, ma la partita è finita in un clamoroso 4-4 con il presidente Roberts, di nomina repubblicana, schierato con i “giudici democratici”.

Nell’occasione, il giudice Alito, affiancato dai colleghi Thomas e Gorsuch, non ha di certo taciuto, spingendosi irritualmente a criticare la Corte stessa e accusandola di aver “creato inutilmente condizioni che potrebbero portare a gravi problemi postelettorali“.
Sarebbe altamente auspicabile emettere una sentenza sulla costituzionalità della decisione della Corte Suprema dello Stato prima delle elezioni – ha continuato Alito – questa domanda ha importanza nazionale, ed è molto probabile che la decisione della Corte Suprema dello Stato violi la Costituzione Federale“.

STOP THE COUNT! & RECOUNT!

Trump intende lanciare un’offensiva anche su altri fronti. È da mercoledì che il candidato del GOP sta puntando il dito sullo scrutinio, insinuando la presenza di brogli tenuti all’oscuro dagli osservatori nei seggi. “Vinco facilmente la presidenza degli Stati Uniti con i voti legittimamente espressi. Agli osservatori non è stato consentito, in alcun modo o forma, di svolgere il proprio lavoro e quindi i voti accettati durante questo periodo devono essere considerati voti illegali. – ha tuonato Trump dalla sala stampa della Casa Bianca La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrebbe decidere!“.

Donald Trump durante il discorso tenuto nella Sala Stampa della Casa Bianca il 5 novembre 2020

Non c’è dubbio: The Donald vuole vedere annullati i voti postali “sottratti al controllo degli osservatori”, ma per il momento sta ricevendo soltanto porte in faccia. Ha perso la causa con cui chiedeva, nello Stato del Michigan, di fermare gli scrutini a causa dei brogli. E lo stesso in Pennsylvania dove il procuratore generale Josh Shapiro ha detto: “La campagna elettorale è finita, i voti sono stati espressi ed ora è il momento di contarli e rispettare la volontà degli elettori. Non consentirò a nessuno di fermare il processo di conteggio. Si tratta di voti legali e saranno contati”. In Georgia la richiesta di annullare alcuni voti giunti per posta è stata respinta, ma il governatore ha già annunciato che si procederà con il riconteggio delle schede“. In Georgia la richiesta di annullare alcuni voti giunti per posta è stata respinta, ma il governatore ha già annunciato che si procederà con il riconteggio delle schede.

Lo staff legale guidato dall’ex procuratrice della Florida Pam Bondi, affiancata dall’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani e da Eric Trump, non si dà pace e ha già chiesto il riconteggio dei voti in Michigan, Georgia e Wisconsin. Quasi sicuramente la richiesta verrà estesa anche a tutti gli altri Stati in bilico (Pennsylvania, Arizona e Nevada), dove le regole elettorali obbligano i singoli governatori a procedere se lo scarto tra i due candidati è davvero esiguo. In Pennsylvania, ad esempio, il margine richiesto deve essere inferiore allo 0,5% dei voti, in Arizona all’1%, mentre
in Nevada non ci sono particolari limiti.

LA CORTE SUPREMA

Tutte queste strade portano a Washington, al palazzo della Corte Suprema, ma il percorso risulta molto tortuoso e pieno di insidie. Gli avvocati di Trump saranno costretti a muoversi nella giungla dei sistemi giudiziari dei singoli Stati e, se tutto va bene, sperare che i giudici federali prestino loro ascolto.

L’argomento della cospirazione ai danni del presidente uscente e dei brogli elettorali può trovare fondamento solo in presenza di prove chiare e certe. In quel caso la discussione dovrebbe, però, passare prima dai tribunali degli Stati, i soli che possono consentire a Trump di ricorrere eventualmente fino alle rispettive Corti Supreme. A quel punto se le Corti Supreme dovessero mettere i bastoni tra le ruote, Trump e i suoi legali potrebbero appellarsi alla Corte Suprema Federale. Tuttavia il passaggio non è automatico, visto che la Corte può decidere di rigettare le richieste qualora le ritenga infondate.

Insomma, lo scenario non sarebbe quello dell’elezione presidenziale del 2000, quando la Corte Suprema risolse la disputa dei voti in Florida e assegnò la vittoria al repubblicano George W. Bush contro Al Gore. Allora eravamo di fronte ad una controversia nell’ordine delle migliaia di voti, mentre oggi si parla di annullarne milioni e milioni.

Sebbene ci siano stati innumerevoli casi elettorali depositati in tutta la nazione, non è chiaro quale di loro potrebbe arrivare in tribunale nei prossimi giorni. Qualcosa, però, si è già mosso. Il giudice Samuel Alito ha, difatti, ordinato allo Stato della Pennsylvania di separare tutti i voti arrivati dopo l’Election Day, in attesa che la Corte Suprema si esprima sulla loro legittimità. Alito e i giudici conservatori non intendono, dunque, mollare il colpo e potrebbero intercedere per ribaltare il risultato dello scorso 17 ottobre, forti della recente nomina di Amy Coney Barrett.

Il giudice della Corte Suprema Samuel Alito

Gli equilibri interni alla Corte sono chiari. Da un lato Clarence Thomas, Samuel Alito, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett potrebbero tentare di impedire l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca. Dall’altro lato, i membri dell’ala liberale favorevoli al neopresidente sono rimasti in tre dopo la scomparsa di Ruth Bader Ginsburg: Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan. Tra le due compagini, il giudice capo John Roberts, pur essendo arrivato a Washington grazie ad un presidente repubblicano, ha mostrato in passato posizioni anti-Trump e si esprimerebbe a favore della validità del voto. E proprio questo fatto dimostra l’autonomia di giudizio dei togati e, di conseguenza, la loro imprevedibilità.

Infine, va valutato l’impatto sull’opinione pubblica americana di una decisione a favore dell’uno o dell’altro candidato. Se la Corte Suprema venisse trascinata nel duello tra Joe Biden e Donald Trump, ciò potrebbe minare la solidità della democrazia costituzionale e la credibilità della Corte stessa. Dopo questa tornata elettorale, il Paese appare più diviso che mai e, pertanto, ogni intervento della Corte sarebbe oggetto di forti accuse di faziosità.

Non è chiaro che cosa accadrà. Ciò che è certo è la scarsità di tempo a disposizione. Se Donald Trump vuole davvero intraprendere le vie legali deve sbrigarsi. Il termine ultimo per un’eventuale decisione della Corte Suprema è molto vicino: il 14 dicembre. Entro tale data, deve essere terminato il conteggio di tutti i voti postali, i conflitti in merito al conteggio devono essere già passato al vaglio delle Corti Supreme statali e l’esame della controversia deve essere già arrivato ai giudici federali.

Donald Trump non riconosce la vittoria dello sfidante e minaccia di portare il Paese in un conflitto dall’esito incerto. Riuscirà davvero ad arrivare di fronte ai togati di Washington? Salveranno il presidente uscente o ratificheranno la nomina di Joe Biden a 46° Presidente degli Stati Uniti d’America?

Suu Kyi voting

Myanmar, guida alle seconde elezioni democratiche dalla fine del regime militare

In Myanmar oggi, domenica 8 Novembre, si terranno le elezioni generali. I circa 37 milioni di elettori burmesi sono chiamati a votare per eleggere i membri delle due camere legislative nazionali e dei consigli regionali. In alcune zone i cittadini voteranno anche per i 29 Ministri degli Affari Etnici, rappresentanti delle etnie minoritarie del Paese.

A causa dell’emergenza coronavirus, che nel Paese ha provocato oltre 1.200 morti, elettori anziani o impossibilitati a tornare alla loro residenza hanno già iniziato a votare lo scorso giovedì.

Le elezioni di oggi sono le seconde democratiche del Paese del sud-est asiatico dalla fine del regime autoritario militare.

Il Myanmar, infatti, dopo l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948, visse un periodo di democratizzazione. L’esperienza fu però breve e instabile, e terminò con il colpo di stato del Generale Ne Win nel 1962. Da allora i militari sono rimasti a capo di un regime autoritario nel Paese fino al 2015, anno delle prime elezioni generali libere. Le elezioni videro la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), partito guidato da Aung San Suu Kyi, celebre politica birmana alla guida del movimento per la democratizzazione del Paese.

Suu Kyi è figlia di Aung San, politico e rivoluzionario che guidò l’indipendenza birmana fino al suo assassinio nel 1948.

IL SISTEMA ELETTORALE E L’INFLUENZA DEI MILITARI

Nonostante la transizione democratica, i militari continuano ad esercitare grande influenza nella vita politica del Paese. Un quarto dei seggi in entrambe le Camere non sono assegnati tramite elezioni, bensì direttamente assegnati dal Comandate Supremo delle Forze Armate a rappresentanti dei militari. L’esercito inoltre nomina direttamentre i tre ministri della Difesa, Confini e Interno.

I 330 deputati della Camera bassa vengono eletti con un sistema uninominale secco. Il Paese è quindi diviso in 330 distretti elettorali, tanti quanti i seggi, e in ogni distretto vince un singolo candidato che abbia ottenuto una maggioranza dei voti. Questi 330 deputati, sommati ai 110 direttamente nominati dall’esercito, formano la Pyithu Hluttaw, Camera dei Rappresentanti.
La Camera alta, invece, è una camera legislativa volta a rappresentare gli interessi regionali. Per questo motivo è composta da 12 seggi per ogni Stato o regione nel Paese, per un totale di 224 seggi. Ogni stato o regione ha un unico distretto elettorale, in cui vengono scelti con un sistema proporzionale i 12 candidati più votati. I 168 deputati eletti direttamente, sommati ai 56 nominati dalle Forze Armate, compongono la Amyotha Hluttaw, Camera delle Nazionalità.

NON SOLO SUU KYI: GLI ALTRI PARTITI DEL MYANMAR

La NLD domina la politica del Myanmar dalla fine del regime militare, forte al momento di 255 deputati nella Camera dei Rappresentanti e 155 nella Camera delle Nazionalità. Il partito è di orientamento social-democratico, ma più che su posizioni ideologiche rimane incentrato fortemente sulla figura di Suu Kyi come fautrice transizione democratica del paese. Il partito è estremamente popolare in tutto il paese, soprattutto fra i membri dell’etnia di maggioranza, i birmani di religione buddhista.
Il secondo partito per importanza è il Partito di Solidarità e Sviluppo dell’Unione (USDP), erede dell’organizzazione di massa del regime totalitario militare. Fondato dal generale Thein Sein, parte della fazione moderata dei militari e responsabile delle riforme dei governi post-giunta, il partito è di stampo conservatore e nazionalista buddhista. Pur essendo il secondo partito del paese, l’USDP controlla numeri ben più modesti della NLD in parlamento: 11 deputati nella camera alta e 30 in quella bassa. Oltre ai candidati eletti però il partito può contare sul supporto della maggior parte dei deputati assegnati dalle Forze Armate.
Oltre a NLD e USDP vi sono una miriade di piccoli partiti etnici locali, dei quali pochi riescono ad ottenere più di un seggio in parlamento.

IL PARTITO DI SUU KYI VERSO UNA SECONDA VITTORIA

Alle elezioni generali del 2020 partecipano 92 partiti e oltre 6900 candidati, ma le aspettative sono di un’altra vittoria netta della NLD. Aung San Suu Kyi infatti rimane enormemente popolare in patria, nonostante le controversie che la circondino all’estero per il trattamento della minoranza musulmana Rohingya.

Per la questione Rohingya il Myanmar è accusato di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia. La decisione di Suu Kyi di difendere personalmente il Paese in tribunale la ha resa ancora più apprezzata dalla maggioranza buddhista birmana. La maggior parte dei Rohingya non potranno votare in queste elezioni, così come circa 1.5 milioni di cittadini di minoranze etniche. La Commissione Elettorale infatti ha cancellato le elezioni per motivi di sicurezza in vari distretti negli stati delle minoranze etniche, citando motivi di pubblica sicurezza. In varie regioni minoritarie sono in corso conflitti fra le Forze Armate birmane e gruppi ribelli locali.

 

 

Migliore copertina

Migliore (IV): “Mettere in sicurezza il sistema sanitario per mettere in sicurezza il sistema economico”

L’Italia sta facendo i conti con la seconda ondata della pandemia di Covid-19. A preoccupare, tuttavia, non è solo la tenuta sanitaria del paese, ma soprattutto quella economica. Il paese cerca di reagire alla pandemia, mentre l’Unione Europea mette in campo sforzi poderosi. Di questo e non solo parliamo oggi con l’Onorevole Gennaro Migliore, deputato della Repubblica Italiana con Italia Viva.

Onorevole, grazie innanzittutto della disponibilità in un momento così delicato.

Lei è deputato nella circoscrizione Campania 1. Quali saranno, secondo Lei, gli effetti a lungo termine della pandemia di Covid-19 nella Sua circoscrizione e in generale nel Mezzogiorno?

Direi che il bilancio degli effetti, che sicuramente saranno negativi, ancora non si può fare. Stiamo mettendo in campo tutti gli strumenti di prevenzione e contenimento e speriamo siano utili per evitare un ulteriore inasprimento delle misure di salvaguardia della salute.
La situazione attuale si va a sovrapporre a un sistema economico che aveva già molti deficit, a partire da lavoro nero e lavoro informale. Per questa fetta di popolazione c’è una perdita di reddito importante, poiché queste persone non possono contare su strumenti di salvaguardia come ad esempio la cassa integrazione.

Bisogna vedere come funzionerà il Recovery Fund per verificare quali saranno gli effetti di lungo periodo. Oltre alla contrazione della ricchezza, che porterà sicuramente dei danni, bisogna vedere se ci saranno investimenti per la ripresa dell’occupazione. Questo potrebbe farci guardare con più ottimismo al futuro: ma ora bisogna stringere i denti e fare una seria programmazione. Senza programmazione non si può ribaltare il sistema che è in atto nel Mezzogiorno. Se saremo in grado di usare le risorse straordinarie che vengono dall’UE, potrà essere un’occasione di rilancio.

 

Il paese vive una seconda ondata, nei numeri addirittura peggiore della prima. A preoccupare seriamente, però, è la tenuta economica del paese. Quali sono le proposte di Italia Viva per ripartire ed evitare il tracollo economico?

Noi siamo convinti che il motore principale della ripartenza saranno i fondi del Recovery Fund, e vorremmo che fossero sfruttati anche i fondi del MES. Il primo investimento da fare è quello di mettere in sicurezza il sistema sanitario. Se mettiamo in sicurezza il sistema sanitario ora, in futuro eviteremo le eventuali nuovi chiusure.

Le misure di chiusura sono determinate dalla sofferenza del sistema sanitario, sia di quello specializzato sia di quello di base. Le misure per mettere in sicurezza il sistema sanitario sono misure fortemente economiche: non tutelano solo la salute, ma anche evitano la chiusura di attività o la limitazione degli spostamenti.

Inoltre, proponiamo un piano di infrastrutturazione del paese, che noi chiamiamo piano Shock, che oggi sono assolutamente compatibili e fanno parte anche delle linee guida del Recovery Fund. L’infrastruttura da intendersi sia in senso materiale che immateriale: la banda larga per internet, ad esempio, si è dimostrata una priorità per il nostro paese in questo periodo.
Infine, sarà importante ripristinare le capacità di spese della popolazione.

 

Dal settembre 2019, Lei fa parte della Commissione parlamentare affari esteri e comunitari. Come giudica il coordinamento europeo e la reazione dell’Unione alla crisi causata dalla pandemia?

 

Ho visto un coordinamento importante. L’Europa di oggi non è l’Europa di un anno fa. Il MES è stato avvallato, così come il Recovery fund. L’UE ha coordinato un’iniziativa poderosa per sostenere l’economia europea. C’è stata anche una nuova consapevolezza nell’affrontare situazioni che sono obiettivamente drammatiche.

Oggi se non ci fosse questa determinazione, noi saremmo prigioneri e ostaggi dei veti dei paesi, siano essi frugali o di Visegrad, che si sono dimostrati molto pronti nel beneficiare dei fondi europei, ma molto avari nel condividere le responsabilità, a partire da quella legata alla gestione dei flussi migratori.

Siamo a una svolta della storia europea. Non sarà più lo stesso dopo la pandemia. La conseguenza della pandemia è avere più consapevolezza dell’Unione Europea. In altri termini, il tema è: l’Europa non è più una sorta di trappola, si capisce la lungimiranza di chi ha pensato questo straordinario impianto giuridico e normativo plurinazionale proprio all’indomani della più grande tragedia del XX secolo, la Seconda guerra mondiale. Solo oggi, le nuove generazioni comprendono lo spirito di chi ha creato l’UE, che nacque proprio da una crisi drammatica e tragica.

Dal punto di vista delle opportunità e delle reazioni, ho visto un’ottima risposta sia sul piano europeo che mondiale. Tranne alcuni paesi, dove prevale un senso di nazionalismo e negazionismo, come nel caso di un grande paese come gli Stati Uniti, dove Trump ha annunciato che in caso di elezioni licenzierebbe Fauci. Mi auguro che anche per questo, con l’elezione di Biden, gli Stati Uniti possano vedere una nuova stagione.

 

Ieri sera (ndr 2 novembre 2020) siamo stati colpiti dalle immagini provenienti da Vienna. Quali sono i Suoi pensieri al riguardo?

Vorrei fare una considerazione:  l’attentato a Vienna ci colpisce tutti. Io mi occupo di sicurezza e sono presidente della commissione speciale di contrasto al terrorismo dell’assemblea del Mediterraneo. La situazione mondiale è fortemente condizionata dalla presenza della pandemia. Come sta emergendo dalle inchieste, anche l’attentato di Vienna è stato fatto il giorno prima dell’inizio del lockdown a Vienna.

La pandemia ha condizionato negativamente tutti i lati di vita della nostra comunità europea. La pandemia genera una serie di preoccupazioni e sposta molteplici attenzioni, e per i criminali assassini jihadisti può rappresentare un’occasione per rilanciare una strategia del terrore, causando eventualmente una reazione nei paesi occidentali, con una sorta di scontro di civiltà per aumentare il livello di dramma nel quale si trova l’Europa, che è evidentemente sotto attacco.

 

Di recente Lei si è espresso duramente contro il presidente bielorusso Lukashenko e al fianco della popolazione bielorussa. Qual è la posizione del governo italiano in riferimento alla situazione bielorussa e come dovrebbe muoversi l’Unione in questa vicenda?

La posizione italiana è quella di non riconoscere le elezioni farsa e il voto che si è attribuito Lukashenko. Siamo dal lato dei manifestanti, che stanno facendo uno sforzo straordinario di partecipazione democratica. Stiamo parlando di persone che, nonostante le repressioni della polizia, stanno portando avanti delle azioni di protesta non violenta. Abbiamo interloquito con i leader dell’opposizione, alcuni parlamentari italiani li hanno incontrati sia in Bielorussia che all’estero. Abbiamo stimolato, in commissione, il governo italiano a prendere una posizione più dura.

L’Italia ha una posizione molto forte, anche l’UE ha una posizione forte. Evidentemente senza questa posizione anche queste manifestazioni sarebbero più isolate. La presa di posizione però non basta.
L’idea di un’UE forte e compatta, che denunci la violazione in territorio europeo, benché non facente parte dell’Unione, a questi livelli, è un segnale importante.
C’è un tema, cioè i rapporti di vicinato con la Russia, che è stata nel corso di questi anni soprattutto un interlocutore oppositivo dell’Europa e dei valori democratici. Non a caso, la Russia ha immediatamente appoggiato l’oppositore Lukashenko, confermando gli elementi di condanna a carico della Russia rispetto alle ripetute violazioni democratiche.

 

 

Un’ultima domanda, su un tema sul quale Lei si è spesso speso in passato: i diritti civili. Qual è la situazione dei diritti civili in Italia e quali riforme in materia sono a suo parere più urgenti?

Oggi penso che dovremmo affrontare con maggiore solerzia questioni fondamentali, come quella relativa a omotransfobia o al fine vita, alla possibilità delle persone di scegliere in autonomia come compiere questi ultimi passi, specialmente in determinate condizioni. Io sono tra l’altro molto attento e credo sia indispensabile essere rispettoso nei confronti di chi ha un credo religioso e una posizione personale che lo porta a non condividere certi comportamenti, che noi chiamiamo diritti civili.

Ma ciò che chiamiamo diritti civili, significa in realtà: fare sì che a una persona si garantisca una condizione di autonomia, come può essere nel caso delle unioni civili, o del percorso di fine vita, senza che ciò intacchi la libertà di un’altra persona, che non vuole fare questa scelta. Penso all’impossibilità, per molte donne, di interrompere la gravidanza in molte strutture del nostro paese, non sempre per convinzione ma spesso per opportunismo di alcuni obiettori di coscienza. Giusto rispettare le convinzioni degli obiettori di coscienza, ma è ancora più giusto che il servizio pubblico garantisca l’esercizio di questo diritto. I diritti non vanno solo su carta, ma vanno anche praticati giorni per giorno.

In altri termini: quando parliamo di diritti civili, dovremmo ricordare che non sono mai circoscritti nel tempo e nello spazio, ma sono la capacità di un sistema normativo di adeguarsi a quelli che sono i bisogni che emergono.