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Francia, Macron aumenta la sua popolarità tra i francesi

Sono tempi duri per tutti i leader mondiali che devono far fronte all’emergenza Covid-19. Tra coloro che hanno aumentato la loro popolarità, però, troviamo il Presidente francese Emmanuel Macron.

Dopo le risposte agli attacchi jihadisti che hanno colpito la Francia, il gradimento di Macron da parte dei suoi connazionali è aumentato. Al contrario, quello del Primo Ministro, Jean Castex, è diminuito.

Come ci mostra il grafico ottenuto grazie al sondaggio eseguito da YouGov.fr, la popolarità del presidente è aumentata di 5 punti percentuali a differenza del mese scorso. Era da aprile del 2018 che Macron non era così popolare nell’Esagono, molto prima che i Gilets gialli occupassero le strade francesi.

 

Perché questa crescita?

Innanzitutto, il popolo francese ha apprezzato l’omaggio che Macron ha rivolto al professore Samuel Paty, insegnante di storia e geografia decapitato durante un attentato islamista per aver mostrato dei disegni su Maometto. Mentre elogiava il docente, il Presidente ha detto che la Francia non avrebbe rinunciato alle sue libertà.

Inoltre, i francesi sono stati convinti anche dalla reazione che il Presidente ha avuto nei confronti del suo omologo turco, Erdogan. Quest’ultimo infatti, a fine ottobre, aveva invitato il suo popolo e altri paesi del Medio Oriente a boicottare i prodotti francesi. Inoltre, ha attaccato diverse volte Macron, accusandolo di avere problemi mentali.

Il Capo dello Stato vede aumentare il suo gradimento tra tutti gli elettori, tranne per coloro che sono al centro. Difatti, ha aumentato la sua popolarità anche tra i simpatizzanti di destra e sinistra. Questo a dimostrare come se i francesi, tra tutte le sensibilità, fossero più inclini all’unità nazionale dietro al Presidente della Repubblica che non ai leader dell’opposizione in questi tempi travagliati. È inoltre classico per un capo di Stato riacquistare un po’ di colore nei sondaggi in un contesto di attacchi terroristici. Era accaduto anche a François Hollande in seguito agli attentati del 13 novembre 2015.

Allo stesso tempo, però, Macron aveva accresciuto il suo consenso grazie al calo e al contenimento dei contagi tra agosto e settembre. Con il nuovo aumento dei casi e la decisione di un secondo “confinement esteso su tutto il territorio francese, il leader di LaREM ha iniziato a calare nuovamente nei sondaggi a partire da ottobre.

Ad oggi, nonostante la crescita della sua popolarità, Macron è lontano dal ritrovare la popolarità che aveva all’inizio del 2018 e questo dato potrebbe impedirgli la possibilità di essere rieletto nel 2022 per un secondo mandato.

Lo stato in cui la Francia uscirà dalla crisi causata dal Covid, sia dal punto di vista sanitario che economico, sarà decisivo.

RCEP signed

Asia-Pacifico, firmato il più grande accordo commerciale del mondo

Dopo otto anni di trattative, il 15 Novembre quindici paesi asiatici e del Pacifico hanno firmato il più grande patto di libero scambio del mondo. Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) copre mercati per un totale di 2.2 miliardi di persone e 26mila miliardi di PIL. Composto da circa il 30% della popolazione e del PIL mondiale, RCEP supera il Mercato Unico Europeo diventando il più grande blocco commerciale al mondo. Oltre alla Cina, principale sponsor dell’accordo, il trattato include Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e tutti i paesi membri dell’ASEAN. Il patto semplifica gli scambi commerciali fra le principali economie asiatiche, che dopo una stagione di duri lockdown ora tentano di far ripartire la crescita economica.

I grandi assenti

Gli Stati Uniti sono assenti, avendo a lungo tentato di convincere i paesi asiatici ad unirsi invece al loro trattato commerciale, il Trans-Pacific Partnership (TPP). Il TPP escludeva la Cina e parte dei paesi ASEAN rispetto al RCEP, aggiungendo invece paesi del continente americano come Messico e Cile. Il TPP, fortemente voluto dal Presidente Obama, è rimasto incagliato a lungo nelle trattative. Nel 2017, l’amministrazione Trump ha dato il colpo di grazia al progetto e ritirato la firma statunitense.
Gli 11 altri paesi dell’ex TPP hanno firmato nel 2018 il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), formando all’epoca la terza area di libero scambio al mondo dopo il Mercato Unico Europeo e l’Accordo USA-Messico-Canada (USMCA).
Altro grande assente è l’India, che partecipò alle trattative iniziali ma si ritirò nel 2019. Il deficit commerciale e le recenti tensioni di confine con la Cina sono per ora le motivazioni dell’assenza. Il RCEP rimane comunque aperto a nuovi membri: l’India, in quanto parte delle trattative originali, potrà unirsi in ogni momento, mentre altri paesi asiatici o del Pacifico dovranno attendere 18 mesi dall’entrata in vigore dell’accordo.

I contenuti

L’accordo punta a ridurre i dazi sul 92% dei prodotti commerciati fra i paesi membri, e a liberalizzare il 65% dei servizi. Il trattato inoltre include regole comuni su investimenti e proprietà intellettuale, semplificando gli affari nella regione. Il maggiore impatto economico deriverà però dalle nuove regole d’origine dei prodotti. Al momento infatti un prodotto cambogiano, composto però da parti giapponesi, potrebbe essere tassato come importazione estera nell’ASEAN. Le regole d’origine unificate renderanno tutti i prodotti del blocco uguali in termini di dazi. Questo incentiverà le aziende a organizzare le proprie forniture e catene di produzione nei paesi RCEP invece che fuori dal blocco. L’accordo inoltre prepara le basi per ulteriori accordi bilaterali fra paesi, specialmente Corea, Giappone e Cina. Prima di firmare RCEP infatti nè Cina-Giappone, nè Giappone-Corea erano mai riusciti a stipulare un trattato commerciale bilaterale.

Gli obiettivi cinesi

Mentre per alcuni membri il trattato sarà un’occasione per incrementare gli export, la Cina invece ha negli ultimi anni reindirizzato la propria economia verso una crescita spinta dai consumi interni. L’accordo costituisce però una duplice vittoria per il Paese di Mezzo: diplomatica e tecnologica. Dal lato diplomatico, la Cina può ora vantare di aver coordinato maggiore cooperazione internazionale nella regione, in un momento in cui gli Stati Uniti invece si ritirano dai patti multilaterali. Dal lato tecnologico, le aziende cinesi hanno visto il proprio accesso al mercato americano restringersi sempre più nell’ultimo anno, sia per l’acquisto di componenti che per la vendita di prodotti. Un accordo commerciale con Corea e Giappone permette alle aziende tecnologiche cinesi di avere nuovi mercati di approvvigionamento.

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Mugnai (FI): “Governo Conte confusionario. Ora incalziamo sulla legge di bilancio”

Stefano Mugnai, vicepresidente del gruppo Forza Italia alla Camera dei Deputati, è tra i parlamentari più vicini a Silvio Berlusconi. Inizia a fare politica dai banchi dell’opposizione nel Consiglio comunale di Terranuova Bracciolini, in provincia di Arezzo. Poi consigliere regionale della Toscana per otto anni e infine componente dell’assemblea di Montecitorio. Si deve ascoltare lui per capire che vento tira tra gli azzurri.

Onorevole Mugnai, si è sempre occupato di salute durante la sua attività politica. Come giudica l’operato del governo Conte di fronte alla crisi causata dal Covid-19 e come si pone Forza Italia di fronte a questa situazione senza precedenti?

Noi siamo da sempre una forza responsabile. Stiamo vivendo in questo momento una prova difficile non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa e l’intero pianeta. Fin dall’inizio della pandemia abbiamo dimostrato in tutte le sedi istituzionali un atteggiamento collaborativo nell’interesse del Paese e lo faremo anche in occasione della discussione sulla legge di bilancio che a breve approderà in Parlamento. C’è da dire che l’emergenza è stata gestita a nostro avviso in maniera del tutto confusionaria, e lo vediamo anche durante questa seconda ondata di diffusione del Covid-19. Offriamo al governo il nostro contributo, ma non possiamo non far notare che all’interno dell’esecutivo mancano le idee e le competenze necessarie ad affrontare l’epidemia da coronavirus. Si è rincorso il contagio senza mai prevenirlo, come se lo si potesse sconfiggere a colpi di decreto.

Le elezioni americane da poco concluse hanno visto la vittoria dei democratici e la sconfitta del presidente uscente Donald Trump. All’indomani della “chiamata” del presidente eletto, Berlusconi si è congratulato con Biden augurandogli buon lavoro, diversamente dagli altri alleati italiani. Cosa è successo negli USA?

In democrazia ci sono dei fondamentali che vanno rispettati. L’esito del voto popolare si accetta, figuriamoci per una grande nazione come gli Stati Uniti d’America. Tenendo conto della mia cornice valoriale e degli ideali politici in cui credo, fossi stato cittadino americano avrei militato da sempre tra le fila dei repubblicani del Grand Old Party. Allo stesso tempo, però, confesso che non ho avuto simpatia per le decisioni assunte dall’amministrazione Trump in questi quattro anni di mandato. Questo sovranismo spinto ha fatto sì che la sinistra tornasse a mobilitarsi attorno al candidato del Partito Democratico Joe Biden, non certo un estremista. È un po’ lo stesso copione del film che abbiamo visto in occasione delle elezioni regionali in Toscana. Eugenio Giani, nonostante sia una persona rispettabilissima ed un politico di lungo corso, ha portato comunque a casa la vittoria pur non essendo un candidato di punta del centrosinistra. Il centrodestra può vincere, e lo ha dimostrato in passato, con figure in grado di convincere l’elettorato storicamente di sinistra a cambiare schieramento, ma ciò non è possibile se candidiamo i nostri “Trump di turno”. I populisti hanno spinto il centrosinistra ad una contro-mobilitazione per sbarrare la strada al successo della nostra coalizione.

Tornando alle questioni di casa nostra, che clima si respira all’interno di FI relativamente ai rapporti con i partiti della galassia centrista e con gli alleati più marcatamente spostati a destra come Lega e Fratelli d’Italia?

Voglio precisare ancora una volta che il nostro campo di gioco è il centrodestra, che in Italia esiste perché lo abbiamo inventato noi. Lo ha creato Silvio Berlusconi nel 1994. Forza Italia è sempre stata determinante in questo schema di alleanze: è il perno delle coalizioni di centrodestra e rappresenta la casa dei moderati e dei liberali. Negli ultimi anni alle amministrative, laddove sono state presentate coalizioni a forte trazione moderata, i candidati ne sono usciti vincitori.

Ricordo che nella rossa Toscana siamo riusciti a conquistare città capoluogo di provincia come Arezzo, Grosseto, Pistoia, Massa, Pisa e Siena grazie al contributo determinante di Forza Italia. Purtroppo negli ultimi due anni i candidati non hanno sfondato perché a mio avviso non hanno risposto al profilo delineato poc’anzi. In questa fase penso sia necessario allargare il nostro orizzonte di dialogo alle formazioni centriste, ma chiarendo fin dall’inizio che le categorie politiche di destra e sinistra sono ancora valide.

Si riferisce a politici di Forza Italia e del centrodestra che hanno sposato il progetto di Italia Viva nell’ultimo anno?

In realtà sono pochi gli esponenti di FI che hanno strizzato l’occhio a Italia Viva. Voglio ricordare che Matteo Renzi è parte integrante del centrosinistra ed è colui che rivendica fieramente di aver permesso la nascita del governo giallorosso, un governo che reputo non competente per affrontare le questioni più delicate per il nostro Paese. I moderati possono ricordarsi i risultati conseguiti da Berlusconi, Renzi ha fondato da poco il suo partito e non sembra stia facendo molta strada.

Forza Italia in ogni caso porterà alla discussione sulla legge di bilancio le sue idee per cercare di affrontare questa crisi tragica, pur rimanendo convintamente all’opposizione.

Questo perché siamo certi che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi.

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Liberi e Uguali: da lista unitaria a progetto fallito

L’inizio: il Brancaccio

La vittoria del No nel referendum costituzionale del 2016 avrebbe potuto facilitare l’unità delle forze a sinistra del Pd. È il 18 giugno 2017 quando per agevolare questo processo i partiti decidono di fare un passo di lato e lasciare a Tomaso Montanari e Anna Falcone, esponenti della società civile, l’arduo compito di creare un amalgama tra forze che per anni hanno presidiato campi diversi. Si tiene dunque la prima assemblea di Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza, a cui aderiscono Sinistra Italiana, Possibile, l’Altra Europa con Tsipras, Rifondazione Comunista, il Pci, Dema e altri soggetti politici. Articolo Uno – Mdp è tra gli invitati e spetta al senatore Miguel Gotor ricevere una dura accoglienza. Il suo discorso è più volte interrotto da fischi, in particolare quando apre alla necessità di includere nell’operazione federativa anche il leader di Campo Progressista Giuliano Pisapia.

Anna Falcone e Tomaso Montanari

L’ambizioso percorso nasce dunque in salita e deflagra dopo le elezioni regionali in Sicilia del novembre 2017. Nonostante il risultato positivo di Claudio Fava abbia permesso alla lista Cento Passi per la Sicilia di entrare all’Assemblea Regionale Siciliana, subito dopo il voto Rifondazione Comunista si smarca dal raggruppamento che vuole strutturarsi come movimento regionale.

La divaricazione definitiva avviene in procinto di giungere ad una nuova assemblea del cosiddetto percorso del “Brancaccio” gestito da Falcone e Montanari. La giornata del 18 novembre viene annullata poiché Mdp, Sinistra Italiana e Possibile decidono di darsi appuntamento il 3 dicembre per “Una nuova proposta” e individuare il leader del costituendo schieramento, mentre il Prc invita ad andare comunque a Roma il 18 per “occupare” il Brancaccio. Dall’assemblea di novembre nascerà dunque Potere al Popolo!, mentre a dicembre poserà la prima pietra Liberi e Uguali.

I delegati presenti a Roma eleggono per acclamazione il Presidente del Senato Pietro Grasso candidato alla Presidenza del Consiglio in vista delle elezioni politiche del 2018.

Liberi e Uguali verso il 2018: da lista a partito?

La nuova lista della sinistra, come altre operazioni originate al vertice e poi calate successivamente sui territori, inizia a strutturarsi innanzitutto all’interno del “palazzo”.

Il 20 dicembre i gruppi parlamentari di Articolo Uno e di Sinistra Italiana-SEL-Possibile aggiungono alla loro denominazione la dicitura “Liberi e Uguali”. Le adesioni sono corpose, complessivamente 59 deputati e 24 senatori che si riconoscono nel nuovo contenitore guidato dall’ex Procuratore nazionale Antimafia. In vista dell’appuntamento del 4 marzo sono ricandidati tutti i big della sinistra: da Bersani a Epifani, da Fratoianni a Civati, da Boldrini a Speranza, fino alla candidatura tanto discussa di Massimo D’Alema.

Il risultato sarà del 3,4% alla Camera e del 3,3% al Senato, molto al di sotto delle aspettative. Si ripete un copione dimostrato fallimentare: un soggetto unitario che nasce da una scissione a sinistra del fronte progressista è dato inizialmente dai sondaggi come potenzialmente vicino a percentuali a doppia cifra e poi si inchioda al limite della soglia di sbarramento. Rispetto alle europee del 2014, si può escludere in questo caso che LeU abbia patito la competizione per il voto utile al Pd, dal momento che quest’ultimo ha conseguito uno dei risultati più bassi della sua storia (18,8%).

 

L’esito del voto permette comunque alla lista di Grasso di eleggere una compagine di parlamentari, senza dubbio più che ridimensionata rispetto al dicembre 2017. Entrano così 14 deputati a Montecitorio e 4 senatori a Palazzo Madama. Il 4 marzo 2018 si tengono anche le elezioni regionali in Lazio. Qui Liberi e Uguali arriva al 3,5% e riesce ad eleggere Daniele Ognibene. Il movimento, dopo la spaccatura interna  sull’appoggio a Zingaretti registrata già durante la campagna elettorale, decide di non entrare a fare parte della giunta di centrosinistra. In Lombardia invece Liberi e Uguali si presenta da solo candidando alla carica di presidente Onorio Rosati, già segretario della Camera del Lavoro di Milano. Con il 2,1%, però, resterà fuori dal Consiglio regionale.

Subito dopo l’election day hanno luogo alcune tornate amministrative. In Molise LeU si presenta a sostegno del candidato del centrosinistra Carlo Veneziale, ottenendo il 3,3% ma nessun eletto. In Friuli Venezia Giulia si registra un’altra spaccatura interna. Articolo Uno si presenta nella lista Open – Sinistra FVG a sostegno del candidato Pd Bolzonello, già vice di Serracchiani, mentre Sinistra Italiana e Possibile non partecipano alla competizione.

Un segnale nettamente positivo giunge dalle regionali in Valle d’Aosta, dove la lista unitaria della sinistra Impegno Civico si attesta al 7,6% superando la lista del Partito democratico.

Pietro Grasso

 

Il congresso salta: “Liberi tutti”

Di lì a poco gli eventi precipitano. Possibile, con la nuova segretaria Beatrice Brignone, decide di lasciare il percorso costituente di LeU. Tra Sinistra Italiana e Articolo Uno inizia poi un lungo tira e molla sulla road map congressuale che sfocerà a novembre nella sua interruzione: da un lato Si intende intende costruire un partito che guardi alle esperienze della sinistra radicale e si allei con De Magistris in vista delle europee del 2019, dall’altro Mdp propone di collocarsi nell’alveo del socialismo europeo e osserva con interesse la nuova leadership del Pd post-renziano. Un gruppo dei militanti di base però non ci sta, e decide comunque di riunirsi in un’assemblea a Roma e rilanciare la costituente. Nel 2019 i cosiddetti “autoconvocati” di LeU fondano l’associazione ÈViva, a cui aderiscono il deputato Luca Pastorino e il senatore Francesco Laforgia. Insieme a Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista aderiscono alla lista La Sinistra per le elezioni europee. Possibile si coalizza invece con Federazione dei Verdi, Green Italia e Verdi del Sudtirolo in Europa Verde. Articolo Uno, infine, la terza componente di LeU, sceglie di candidare all’interno della lista Pd-Siamo Europei due esponenti di rilievo come Maria Cecilia Guerra e Massimo Paolucci: entrambi non vengono eletti, Europa Verde si ferma al 2,3% e La Sinistra registra un deludente 1,8%.

La creatura di Pietro Grasso, definitivamente archiviata a livello nazionale, resiste a macchia di leopardo sui territori. Alle regionali in Abruzzo del febbraio 2019 la lista Progressisti – Liberi e Uguali sostiene il candidato del centrosinistra Giovanni Legnini, senza tuttavia riuscire ad entrare in Consiglio regionale con il 2,8% dei voti. In Sardegna LeU appoggia Massimo Zedda e ottiene due eletti con il 3,8% delle preferenze. In Piemonte lo schieramento si presenta come Liberi, Uguali, Verdi (2,4%) in appoggio a Sergio Chiamparino e riesce ad eleggere un consigliere. In Umbria il gruppo ex LeU è compatto a sostegno di Vincenzo Bianconi nell’inedita alleanza tra centrosinistra e Movimento 5 Stelle. La lista Sinistra Civica e Verde si ferma però all’1,6%. In Basilicata i destini si separano nuovamente: Articolo Uno sostiene il candidato del centrosinistra Carlo Trerotola nella lista Progressisti per la Basilicata (4,5%), mentre Si e Possibile candidano assieme a Prc e Pci Valerio Tramutoli con Basilicata Possibile (4,2%)

Il quadro diventa sempre più frastagliato nelle regioni che vanno al voto nel 2020. In Calabria Articolo Uno partecipa al progetto Democratici Progressisti nel centrosinistra guidato da Pippo Callipo ed elegge due consiglieri (6,2%). In Emilia Romagna per la riconferma di Stefano Bonaccini Possibile si schiera nella lista del presidente, mentre Articolo Uno, Sinistra Italiana ed ÈViva formano Emilia Romagna Coraggiosa (3,8%), che riesce ad eleggere due consiglieri ed esprime il nuovo vicepresidente della regione Elly Schlein.

Alle elezioni regionali dello scorso settembre si è continuato a procedere in ordine sparso. Articolo Uno in Campania si è posto a fianco di Vincenzo De Luca con la lista Democratici e Progressisti (1,1%), mentre Sinistra Italiana e altri partiti della sinistra radicale si sono ritrovati sotto le insegne di Terra! (1,1%) candidando a presidente Luca Saltalamacchia. In Liguria i partiti di sinistra si sono presentati nella lista Linea Condivisa (2,5%) in appoggio a Ferruccio Sansa eleggendo un consigliere, mentre Articolo Uno, sempre in coalizione, ha composto una lista unitaria con il Pd. Nelle Marche gli ex Mdp hanno creato la lista Marche Coraggiose (1,5%) in appoggio a Maurizio Mangialardi del Partito democratico, mentre Sinistra Italiana e Prc hanno candidato come presidente Roberto Mancini. In Puglia, sempre in appoggio al presidente uscente Michele Emiliano, Articolo Uno ha dato vita alla lista Senso Civico (4,2%), mentre Si ha partecipato al cartello Puglia Solidale e Verde (3,8%). In Toscana i seguaci di Roberto Speranza hanno dato vita alla lista Sinistra Civica Ecologista (3%) a supporto del candidato dem Eugenio Giani, mentre Sinistra Italiana ha candidato Tommaso Fattori di Toscana a Sinistra (2,3%). Nella missione impossibile della conquista del Veneto, gli ex LeU si sono trovati tutti a sostegno del vicesindaco di Padova Arturo Lorenzoni nella lista Il Veneto che Vogliamo (2%), che ha eletto un consigliere.

Liberi e Uguali resiste in Parlamento, ma scompare nella società

LeU oggi in Parlamento resta formalmente un gruppo politico. I fuoriusciti da quella esperienza mantengono un’adesione “tecnica” per tutti i vantaggi che derivano da questa scelta (organizzativi, economici) e adesso in modo particolare visto l’appoggio di quasi tutte le componenti al governo Conte II. Alla Camera la compagine è adesso formata da 12 deputati. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Nico Stumpo, Guglielmo Epifani, Federico Conte e il capogruppo Federico Fornaro sono iscritti ad Articolo Uno, Nicola Fratoianni ed Erasmo Palazzotto sono esponenti di Sinistra Italiana, Stefano Fassina rappresenta il movimento Patria e Costituzione, Rossella Muroni ha aderito a Green Italia e Luca Pastorino è tra i fondatori di ÈViva. È di poche ore fa la notizia che la deputata Rina De Lorenzo ha deciso di abbandonare il Movimento 5 Stelle per approdare al gruppo Liberi e Uguali. Al Senato invece, all’interno del gruppo Misto i membri di LeU sono saliti a 5. Stiamo parlando dell’ex leader Pietro Grasso, della capogruppo Loredana De Petris di Si, di Vasco Errani di Articolo Uno, di Francesco Laforgia di ÈViva e di Paola Nugnes, ex 5 Stelle adesso rappresentante del Prc. Il gruppo alla Camera ha subìto inoltre alcune “migrazioni”. Oltre al recente approdo di De Lorenzo, nel 2019 Laura Boldrini ha abbandonato LeU per aderire al Pd, mentre Giuseppina Occhionero e Michela Rostan sono confluite nel gruppo di Italia Viva.

 

Le distanze tra i tre soci fondatori di Liberi e Uguali sembrano permanere tutt’oggi e l’unità della sinistra resta ancora un orizzonte lontano. Possibile si è ormai collocata nel solco dei partiti ecologisti e libertari e continua a strizzare l’occhio alla galassia green italiana. Sinistra Italiana insieme a ÈViva continua a rilanciare la necessità di una rete eco-solidale a sinistra senza escludere future alleanze con il Pd al fine di sbarrare la strada al centrodestra. Articolo Uno invece propone anche il superamento della sua stessa forma partito nell’ottica di dare vita ad un nuovo soggetto politico del centrosinistra e in quest’ottica auspicando pure un eventuale scioglimento dei dem in un contenitore comune.