Russian President Vladimir Putin speaks during a session prior to voting for constitutional amendments at the State Duma, the Lower House of the Russian Parliament in Moscow, Russia, Tuesday, March 10, 2020. Putin says he supports a proposed constitutional amendment that would allow him to seek another term and remain in power. Putin gave his support Tuesday to the amendment put forward by a lawmaker who as a Soviet cosmonaut became the first woman to fly to space.(Alexei Nikolsky, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)

Russia, verso l’immunità a vita per gli ex Presidenti

Martedì 18 novembre, la Duma di Stato, ossia la camera bassa del parlamento russo, ha approvato in prima lettura un nuovo disegno di legge per concedere immunità penale e amministrativa a vita agli ex Presidenti.

Il contenuto della legge

Il testo di legge prevede l’immunità totale, per gli ex presidenti, per ogni crimine commesso. Una modifica sostanziale rispetto alla legge attuale, che già prevede l’immunità per gli ex presidenti della Federazione, ma solo per eventuali crimini commessi mentre erano in carica.

L’immunità non solo viene estesa ai membri della famiglia presidenziale, ma prevede anche che gli ex Presidenti non possano essere ad alcun titolo interrogati, né che i loro beni possano essere soggetti a confisca o sequestrati alla ricerca di prove di colpevolezza.
Tale immunità potrà essere revocata solo in circostanze eccezionali, come una concreta e comprovata accusa di alto tradimento e dopo un’approvazione dei due terzi della Duma.

La legge rientra nel pacchetto di riforme approvate con il referendum costituzionale dello scorso luglio. Un referendum di cui si è parlato soprattutto per l’eliminazione del divieto del doppio mandato consecutivo per il presidente della Federazione Russa. Un divieto nel quale l’attuale presidente, Vladimir Putin, si era già imbattuto nel quadriennio 2008-2012, periodo nel quale fu Dmitrij Medvedev a ricoprire la carica di presidente.

 

L’iter di approvazione

L’iter per l’approvazione definitiva della legge non è ancora concluso. La legge dovrà infatti passare anche la seconda e terza lettura della Duma di Stato. Successivamente, dovrà essere ratifica dal Consiglio della Federazione, cioè la camera alta del parlamento russo, e dallo stesso presidente Vladimir Putin. Un iter di approvazione più formale che sostanziale, dopo la prima lettura di legge, considerando l’ampia maggioranza di cui gode Russia Unita – il partito di Putin – alla Duma: ben 338 parlamentari su un totale di 450.

Interessante osservare come Putin volle già concedere questo diritto a un ex-Presidente: Boris Eltsin. La concessione dell’immunità assoluta a Eltsin fu di fatto uno dei primi atti di Putin come presidente della Federazione, a inizio 2000.

Papua Nuova Guinea, attesa una mozione di sfiducia per il Governo

In Papua Nuova Guinea potrebbe essere imminente l’ascesa di un nuovo Governo, dopo che dozzine di membri dell’attuale esecutivo – inclusi due Ministri – hanno abbandonato il Primo Ministro James Marape in Parlamento, per ingrossare le fila dell’opposizione.

La stessa opposizione ha preso il controllo dell’aula e ha votato per sospendere il Parlamento, apparentemente per bloccare l’approvazione del bilancio e, soprattutto, per rimuovere Marape. La mozione di sfiducia sarà infatti presentata il primo dicembre, quando riprenderanno i lavori parlamentari.

La breve premiership di Marape sembra essere dunque minacciata da una nutrita forza di opposizione alleata contro di lui. La critica mossagli dagli avversari politici, in particolare dal leader dell’opposizione Belden Namah, è quella di non aver rispettato le promesse di riforme contro la corruzione e sullo sviluppo economico, e di condurre una politica fondata su slogans come “Riprendiamoci la Papua Nuova Guinea”  o la promessa di rendere il Paese “la più ricca Nazione Cristiana nera sulla Terra”. 

Marape è stato in oltre criticato per il fallimento nell’arrestare i responsabili del massacro verificatosi lo scorso anno, nel quale sono stati uccisi 18 persone tra donne e bambini, nonostante le promesse di porre fine alla violenza tribale. Anche il suo supporto a un fallimentare ma oneroso progetto minerario in alto mare e il tentativo di nazionalizzare la miniera di Porgera sono stati considerati significative sconfitte.

Da parte sua il Premier sta cercando di raccogliere i voti necessari a mantenere in piedi la compagine governativa e ha inoltre dichiarato: “la Papua Nuova Guinea deve sapere che è in corso un dibattito tra coloro i quali vogliono mantenere lo status quo, caratterizzato da corruzione, politiche elitarie, lobbismo a favore delle multinazionali straniere e tra quei nuovi leaders con grande esperienza, patriottici, che vogliono fare la cosa giusta cambiando le politiche e le leggi del Paese per regalare un futuro migliore ai nostri figli”.

Nonostante ciò sono già pronti numerosi candidati per succedergli, tra cui il governatore della provincia del Sepik Orientale, Allan Bird, Richard Mauru, esponente di spicco del Partito del Congresso e il Ministro degli affari esteri Pruaitch.

 

 

Montenegro Flag

Montenegro, il Governo alle prese con le minoranze etniche

Nonostante gli inviti rivolti dalla nuova coalizione che guiderà il Paese, i partiti delle minoranze etniche si sono rifiutati di entrare a far parte del nuovo Governo montenegrino. Sarebbe la prima volta dal 1998.

Il motivo? Le crescenti preoccupazioni riguardo la deriva nazionalista del Paese.

Cosa sta succedendo

La politica interna montenegrina ha assistito negli ultimi mesi a diversi stravolgimenti di fronte. Come vi avevamo già raccontato all’inizio di ottobre, la nuova coalizione di Governo ha posto fine alla leadership del DPS all’interno del Parlamento che persisteva ininterrotta dal 1991. Questa, però, non sembra essere l’unica grande novità. Il nuovo esecutivo montenegrino potrebbe essere dunque la prima amministrazione in 22 anni a non includere attivamente rappresentanti delle minoranze etniche del Paese. Difatti, tutti gli inviti alla cooperazione presentati dal nuovo Governo sono stati respinti.

I fatti recenti

Negli scorsi giorni il leader dell’alleanza etnica albanese “The Time is NowNik Gjeloshaj ha più volte ribadito che non farà parte della nuova amministrazione. La ragione della decisione del suo partito è da ricondursi all’appello inclusivo rivolto dal governo alle minoranze, giudicato non affatto sincero. Alla base di queste presupposizioni vi è il sospetto che l’invito riservato dal Governo verso questi rappresentanti sia una mera formalità. “Il principio nelle democrazie sviluppate è che le minoranze facciano attivamente parte del governo”, ha tuonato Gjeloshaj. Nella realtà dei fatti non ci sarebbe dunque un’effettiva apertura alle minoranze.

Ad inizio novembre il Primo Ministro designato Zdravko Krivokapic ha presentato il suo gabinetto di 12 Ministri, sottolineando come il Governo prescelto sia composto da professionisti che agiranno in maniera sinergica. Tra i partiti delle minoranze etniche presenti in Parlamento, figurano le coalizioni albanesi “The Time is Now” e “Unanimously” (che posseggono un seggio ciascuna) oltre al “Bosniak Party” (che ne possiede tre).

ll 18 ottobre scorso anche il leader della formazione politica etnico-bosniaca, Rafet Husovic, aveva affermato che il suo partito si trovava in disaccordo con alcune fazioni filoserbe della nuova coalizione. Quest’ultime, in passato, si erano cimentate in dichiarazioni nazionaliste che avevano preoccupato non poco le minoranze di etnia albanese, bosniaca e croata.

Una panoramica interna all’Assemblea di Podgorica

Un cambio di fronte

Storicamente i partiti delle minoranze etniche erano stati alleati tradizionali del Partito Democratico dei Socialisti, facendo parte di ogni Governo istituito negli ultimi due decenni. I primi ad essere inclusi furono i rappresentanti delle minoranze albanesi nel 1998, seguiti da quelli bosniaci nel 2009 e da quelli croati nel 2012. La situazione attuale rischia di veder escluse le minoranze dal processo decisionale del Paese. Il presidente della ONG “Civil Alliance”, Boris Raonic, ha rivolto un attacco verso il nuovo Premier: “Il Primo Ministro designato non ha fatto abbastanza per permettere ai partiti delle minoranze etniche di entrare a far parte del governo”.

Il Montenegro si trova dunque ad affrontare un nuovo problema di natura interna, che avrebbe la capacità di dividere un pPese già parzialmente disgiunto. Se ciò accadesse si potrebbe assistere ad un crescente exploit delle correnti nazionaliste, che aumenterebbero le probabilità di rappresaglie e conflitti tra ampi strati della popolazione.

 

Myanmar, larga riconferma del partito di Aung San Suu Kyi nelle elezioni generali

Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia (LND) e Consigliere di Stato, ha ottenuto una “landslide victory” alle elezioni per il rinnovo delle due camere del Pyidaungsu Hluttaw (Parlamento birmanotenutesi l’8 novembre scorso, che riconfermano il partito del Premio Nobel per la pace alla guida del Paese.

Aung San Suu Kyi leader della Lega Nazionale per la Democrazia vota. Fonte: AP news

Gli sviluppi democratici

Grazie alla Costituzione del 2008 scritta sotto la giunta militare del generale Ne Win, le forze armate, chiamate Tatmadaw“, controllano 1/4 dei seggi del Parlamento e importanti Ministeri quali: Interni, Difesa e Frontiere. Ciò porta il totale dei seggi eleggibili da 664 a 476 divisi tra la Camera dei rappresentanti e la Camera delle Nazionalità. Di questi, 396 seggi sono andati alla Lega Nazionale per la Democrazia, conquistando 6 seggi in più delle scorse elezioni, mentre il principale partito di opposizione, il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione con a capo Than Htay, erede del partito della giunta militare “Associazione per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione“, ha ottenuto 33 seggi, perdendone 8 rispetto alle ultime elezioni.

Membri del partito di opposizione denunciano elezioni non libere e truccate, chiedendo che vengano ripetute. La Commissione elettorale del Paese ha successivamente comunicato che non risultano evidenze di irregolarità o di brogli nel processo di voto e che esso è stato sicuro e completamente trasparente – stessa dichiarazione fatta anche dai vertici delle forze militari. Inoltre è stato registrato un discreto aumento dei seggi per i partiti etnici come la Lega Nazionale per la Democrazia Shan, che ha conquistato 40 seggi.

Situazione al voto

L’atmosfera in cui si sono svolte le elezioni è stata di tensione, dovuta sia al recente aumento dei casi di Covid-19 nel Paese, che si aggirano intorno ai 1.000 casi giornalieri, sia per i conflitti che affliggono la regione di Rakhine. In questa area le forze militari birmane cercano di reprimere l’etnia musulmana dei Rohingya dal 2017, anno in cui sono iniziati i conflitti e la fuga della minoranza verso Bangladesh, Malesia e Indonesia; a causa di ciò il Paese è imputato dalla Corte internazionale di Giustizia di genocidio. Considerata la situazione, la Commissione elettorale ha annullato il voto in alcune zone di conflitto, colpendo circa 1,5 milioni di persone ed escludendo così i Rohingya dalle urne.

Campo profughi Rohingya in Bangladesh. Fonte: TRT World

Questo clima non ha fatto altro che trasformare le elezioni in un referendum sull’attuale esecutivo a guida Aung San Suu Kyi, divenuta ancora più popolare in patria grazie alle sue posizioni contro la minoranza dei Rohingya – visti come terroristi separatisti dal Governo e in difesa della popolazione birmana della zona.

Sul lato internazionale, invece, ciò ha provocato la caduta della sua figura di paladina dei diritti democratici conquistata nel lungo periodo dei suoi arresti domiciliari in Myanmar.

PGE2020

Spagna, la sinistra tra legge di bilancio e calo nei sondaggi

Sale la tensione a Madrid, dove il governo di centrosinistra si appresta ad approvare la legge di bilancio. Già alla fine di ottobre le forze di maggioranza avevano annunciato l’accordo sul tema, ma con l’avvicinarsi del voto in Parlamento tornano a farsi sentire le divergenze tra l’ala moderata guidata dal PSOE e l’ala radicale capeggiata da Podemos.

Il contesto

Il 28 ottobre Pedro Sánchez e Pablo Iglesias, rispettivamente Primo Ministro e Vice Premier, annunciano l’accordo sul Presupuestos Generales del Estado 2021, l’equivalente della nostra legge di bilancio. Si tratta di un momento fondamentale per la vita politica del Paese, perché decide quante risorse verranno impiegate nell’anno a venire e su quali campi verranno concentrate. La trattativa, inoltre, arriva in un momento assolutamente eccezionale: la Spagna, con oltre 250 morti al giorno, è tra le nazioni più colpite dalla seconda ondata della pandemia, e le cronache sono dominate dagli scontri quotidiani tra governo nazionale e autorità locali a proposito delle misure di contrasto al virus. A guidare il governo sono il Partido Socialista Obrero Español (PSOE), storica formazione di centrosinistra e primo attore politico del paese, e Unidas Podemos (UP), l’alleanza tra i populisti di sinistra di Podemos e i post-comunisti di Izquierda Unida. Una compagine di governo che ha faticato a comporsi – più volte il Re è stato costretto a sciogliere le camere prima di trovare una maggioranza in parlamento – e retta grazie al supporto delle forze indipendentiste catalane, basche e galiziane.

La notizia della fumata bianca viene accolta con sollievo dal mondo progressista, e i media di tutta Europa danno ampio spazio alla scelta dell’esecutivo iberico di aumentare le tasse alle fasce più alte della popolazione. Anche i giornali italiani descrivono questa finanziaria come “la più a sinistra della storia”.

Le misure

Ma cosa prevede l’accordo annunciato ormai oltre due settimane fa? Un insieme di interventi espansivi, cioè votati all’ampliamento del settore pubblico e al sostegno della domanda interna. Una posizione da sempre cara a Podemos e resa relativamente mainstream in tutto il continente dalla crisi pandemica.

Il costo complessivo della manovra dovrebbe aggirarsi attorno ai 240 miliardi, una cifra descritta come “senza precedenti” dall’esecutivo. Il settore che vede la crescita maggiore è, per ovvi motivi, quello sanitario, al quale viene promesso un aumento del 150% rispetto al budget originario. Seguono la ricerca, con un +80%, e l’istruzione, +70%. Aumenta anche la spesa per infrastrutture, cultura, lavoro, commercio (caro al PSOE) e servizi di cura (pronti bonus per badanti, asili nido e permessi di maternità, fortemente voluti da Podemos). Il Ministero per la Transizione Ecologica e il Ministero per l’Agenda 2030, due dicasteri che non hanno corrispondenti in Italia, ottengono 5 miliardi per le energie rinnovabili, che fanno il paio con la la Dichiarazione di Emergenza Climatica approvata in estate. Discorso a parte per le politiche abitative: il Governo promette di quadruplicare le risorse, e le componenti più radicali della maggioranza annunciano che entro febbraio verrà approvata una legge contro gli sfratti e la speculazione edilizia. Un provvedimento questo ideato e promosso dalla sindaca di Barcellona Ada Colau. Assieme alle novità, però, non mancano segni di continuità: nonostante in molti avessero promesso il contrario, anche il settore militare registra un leggero aumento delle risorse a sua disposizione.

Dove verranno reperiti i fondi? La Spagna ha deciso di puntare sulla leva del finanziamento diretto sul mercato, annunciando un deficit stimato dell’8% – ben oltre il vincolo europeo del 3%. Non è chiaro, però, cosa avverrà a crisi conclusa: Podemos è notoriamente contraria alle limitazioni imposte dall’Europa, ed è presumibile non intenda promuovere piani di rientro che riportino la percentuale su cifre minori; il PSOE, invece, ha difeso in passato i vincoli comunitari, benché da qualche anno consideri conclusa la stagione dell’austerity. Altri fondi arriveranno dai trasferimenti promessi nell’ambito di Next Generation UE (quello che in Italia chiamiamo Recovery Fund) e da un piccolo aumento delle tasse sulle fasce più alte: +2% sulla tassazione dei redditi da lavoro superiori ai 300mila euro l’anno e +3% sul prelievo dei redditi da capitale che superano i 200mila euro. A ciò si aggiunge una piccola patrimoniale – che le regioni possono però non implementare – e alcuni interventi minori: Google Tax contro i giganti dell’IT, Tobin Tax sulle transazioni valutarie, Sugar Tax contro il consumo di bevande zuccherate. Non si ricorrerà, almeno per ora, nè al tanto discusso Meccanismo Europeo di Solidarietà (MES) nè ai prestiti del Next Generation UE, smarcandosi così anche dai governi di altri paesi meridionali come Francia e Italia (ma non dal Portogallo, che seguirà la linea di Madrid).

Le polemiche

Nonostante il Governo si fosse mostrato unito nel presentare queste misure, resta ancora una certa distanza sulla questione abitativa sopra accennata. Podemos ha presentato, assieme ai catalani di ERC e ai baschi di Bildu, un’emendamento alla legge di bilancio che prevede lo stop agli sfratti fino al 2023. Un blocco simile è già in vigore, ma solo fino alla fine di quest’anno, e il PSOE non sembra interessato a rinnovarlo. La responsabile economica del Partito Socialista, Nadia Calviño, ha accusato il leader di Podemos Pablo Iglesias di “cercare il conflitto”, e ha dichiarato che “si troverebbe più a suo agio a governare con il Partido Popular [principale forza di centrodestra N.d.R”. Gli ha risposto indirettamente lo stesso Iglesias, che in un tweet scrive “Il blocco degli sfratti ha nemici molto potenti. Basta accendere la radio per vederlo con i propri occhi. Ma non siamo stati votati per fare amicizia, bensì per spingere con le forze che abbiamo per eliminare, anche parzialmente, alcune ingiustizie. Ecco cos’è il governo”.

Alla sinistra populista, però, servono i voti dei socialisti per far passare l’emendamento. Le destre sono compattamente contrarie, e i pochi seggi degli indipendentisti e di Más País – scissione verde della stessa Podemos – non bastano.

I sondaggi

In questo clima infuocato – e con la crisi da covid che non accenna a fermarsi – sono state intanto pubblicate le ultime rilevazioni elettorali. Secondo il quotidiano La Razón il blocco di Governo avrebbe perso oltre un milione di voti in un anno: cala il PSOE, ora al 26.8% (-1,2), e soprattutto Unidas Podemos, che tocca l’11,5% (-1,4). Segno meno anche per i popolari del PP, secondo partito col 23,3% (-1,6), mentre crescono la destra radicale di Vox, ormai stabilmente terza forza col 15,9% (+0.9), e i liberali di Ciudadanos, al 7% (+1,6) – comunque ben al di sotto del 20% e oltre registrato meno di un anno fa. A pesare sulla sinistra – ipotizza il giornale spagnolo – è probabilmente la gestione della pandemia, considerata confusionaria e segnata dalle continue tensioni tra esecutivo nazionale e amministrazioni locali. La distribuzione dei seggi rispecchia abbastanza fedelmente le percentuali di voto. Fanno eccezione alcune forze indipendentiste – in particolare le catalane Esquerra Repubblicana (ERC) e Jiuntss Pel Sì (JxCat), entrambe di sinistra – sovrarappresentate a causa del carattere locale del loro elettorato. Il dettaglio nel grafico sottostante.

 

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