Israele non riesce a uscire dalla campagna elettorale

Israel Election

Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Mai frase fu più appropriata per descrivere il risultato di una tornata elettorale. Martedì 23 marzo gli israeliani si sono recati alle urne in quello che in due anni è diventato ormai un appuntamento ricorrente. Sebbene la posta in gioco fosse alta – si sarebbe votato non solo per il futuro indirizzo politico dello stato ma anche per il futuro politico di Netanyahu – lo stallo sembra destinato ad andare avanti. Il Primo Ministro uscente ha dichiarato di essere il vincitore, e difatti il suo partito, il Likud, è il primo con 30 seggi alla Knesset. Tuttavia le ultime elezioni hanno insegnato che un conto è essere il primo partito, un altro è essere in grado di formare un governo. Stando alle ultime proiezioni, il Likud non potrebbe governare neppure in coalizione con un partito con il suo stesso numero di rappresentanti. Se a questo aggiungiamo la naturale tendenza alla frammentazione tipica del panorama politico israeliano, allora avremmo un’idea delle prossime sfide che attendono Bibi.

 

I dolori del vecchio Bibi

L’enorme successo della campagna vaccinale, colonna portante della strategia politica del Likud, ha dato i suoi risultati. Sebbene gli avversari fossero presenti in tutto lo spettro politico, nessuno è riuscito a disarcionare Bibi dalla leadership. Tuttavia solo il tempo potrà dire se l’immunizzazione di massa sia stata per lui un’iniezione di anticorpi o una sedazione palliativa. Tra qualche mese infatti Israele raggiungerà l’immunità di gregge e, a meno che altre pandemie non si presentino (HaShem non voglia!), il Primo Ministro non potrà più capitalizzare da questa vittoria. Ancora peggio potrebbe andare qualora si decidesse di puntare tutto sugli altri due pilastri dell’ultima campagna elettorale. La ricerca del voto arabo non sembra aver sortito altri risultati se non grandi alzate di spalle sia tra gli arabi che tra gli ebrei. Gli Accordi di Abramo poi erano stati mal digeriti dalla destra nazionalista, che martedì ha visto crescere il suo peso specifico. La mancata annessione della Valle del Giordano, condicio sine qua non per quel risultato, è stata vista come un atto di debolezza e un’occasione persa. Fare un passo indietro adesso è improbabile. Sarebbe difficile spiegarlo ai nuovi amici arabi e al presidente americano Biden, per niente disposto a proseguire con la linea filo-Likud del predecessore.

 

Muoia Sansone e tutti i Filistei

Nonostante tutto, Netanyahu è convinto che riuscirà a spuntarla anche questa volta. E se così non sarà, si tornerà alle urne, poco importa che si tratti della quinta volta in meno di tre anni. Gli israeliani del resto si sono abituati e l’opposizione è ancora troppo divisa e poco consistente per proporre un’alternativa. Per ora. A preoccupare il Primo Ministro è la crescita dei partiti nazionalisti, conseguenza del progressivo slittamento a destra dell’elettorato israeliano iniziato a fine anni Settanta. Finora infatti i nazionalisti sono stati tenuti sotto controllo accogliendone alcune istanze nei programmi di governo e accettando coalizioni con i partiti più oltranzisti. Il problema oggi è che molti di loro vogliono una coalizione con il Likud ma senza Netanyahu. Da questa prospettiva quindi sembra che l’unico impedimento alla tanto agognata stabilità politica dello Stato ebraico sia la perseveranza del Primo Ministro.

 

Come era stato previsto, le elezioni hanno comportato anche sostanziali riequilibri negli altri partiti.

 

Centro

Al centro la coalizione tra Yesh Atid e Blu e Bianco non si è riproposta. I due partiti, pur avendo stretto accordi di partnership, hanno seguito strade proprie.  Yesh Atid, guidato da Yair Lapid, è riuscito a proporsi come guida dei centristi ottenendo 17 rappresentanti, 4 in più della precedente tornata. Neanche a Blu e Bianco di Benny Gantz è andata malissimo. Pur pesantemente ridimensionato, ha portato a casa un risultato migliore delle aspettative, che lo vedevano castigato per la sua breve esperienza di governo con Netanyahu. Blu e Bianco occuperà 8 seggi, che ne fanno la quarta forza politica del Paese.

 

Destra

A destra si riconferma la tendenza pronosticata: crescono i voti, ma anche il numero dei partiti. I tradizionali partiti di destra, i due partiti Haredim e i nazionalisti laici di Israel Beitenu, rimangono stabili. A Shas, riferimento degli Haredim sefarditi, rimangono 9 seggi, che ne fanno la terza forza politica del Paese. Stessa cosa vale per i colleghi ashkenaziti di Giudaismo Unito nella Torah e ai laici di Avigdor Liberman, con 7 seggi ciascuno. La vera novità è il rafforzamento di tre formazioni guidate da ex collaboratori di Netanyahu diventati oggi i suoi più importanti critici. La più rilevante è Yamina, partito diretto da Naftali Bennett, che cresce di tre parlamentari, attestandosi a quota 7. Cresce anche il Partito Sionista Religioso, che porta alla Knesset 6 rappresentanti. Infine, la vera novità è Tikvah Chadasha di Gideon Sa’ar, anch’esso arrivato a quota 6 (quei 6 che ha perso il Likud?). Il problema più grande in questo caso è che né Bennet né Sa’ar sembrano intenzionati a collaborare con Netanyahu. Liberman poi è sempre stato insofferente nei confronti degli Haredim, ormai divenuti le stampelle di ogni esecutivo targato Likud. Quasi inutile a dirsi, è proprio in queste sabbie mobili che il Primo Ministro rischia di finire il suo futuro politico.

 

Sinistra

Cresce anche la sinistra, la cui salute sembrava quasi irrecuperabile. La scelta laburista di puntare su Merav Michaeli ha dato i suoi frutti. Nell’arco di un trimestre il partito si è rimesso in pista, passando dalla lotta per passare la soglia di sbarramento ad essere la sesta formazione politica (7 sono i suoi parlamentari). La sfida più grande sulle spalle dei Labour nei prossimi mesi sarà continuare con questa tendenza positiva. Compito per niente facile se si considera che l’elettore israeliano medio oggi guarda a destra. Anche a Meretz, formazione più a sinistra, il voto di martedì è andato bene. I suoi candidati occuperanno 6 seggi, tre in più rispetto alla precedente legislatura.

 

Arabi

I veri sconfitti di queste elezioni sono gli arabi. La secessione di Ra’am dalla Lista Comune ha fatto in modo che i loro parlamentari passassero da 13 a 10. E poteva andare peggio. Fino all’ultimo Ra’am ha rischiato di non superare la soglia del 3,25% e di lasciare così agli arabi un numero di rappresentanti insignificante in una Knesset sempre più orientata in senso ebraico-nazionalista. La sua vittoria è una quindi buona notizia per loro perché avranno un partito in più alla Knesset. Tuttavia questa vicenda dimostra anche quanto è grande lo scarto tra i cittadini israeliani di origine araba, il 20% della popolazione, e la loro possibilità di avere voce in scelte che riguardano anche il loro futuro.

 

Scenario 1: nuove elezioni

Con queste premesse è difficile fare previsioni circa il futuro della legislatura. I possibili scenari sono tre. Il primo, più probabile, è quello di nuove elezioni verso la fine dell’anno. Molte sono le possibilità che il Likud non trovi quella trentina di voti in grado di garantirgli la governabilità. Tutti i partiti di destra che hanno 6 o 7 seggi hanno un problema o con le altre formazioni o con Netanyahu stesso. Conciliare le loro istanze è molto difficile, e farlo renderebbe il governo fragile in quanto ostaggio delle loro prerogative. Anche una coalizione con il centro è da escludere. Yesh Atid si è sempre rifiutato di collaborare con Netanyahu (ma non con il Likud). La parabola di Benny Gantz ha reso poi ancora più circospetto Yair Lapid. Se anche si dovesse riuscire a trovare un accordo, servirebbero ancora i voti di qualche partito di destra, con i relativi problemi prima discussi.

 

Scenario 2: governo di destra

Il secondo scenario, improbabile ma non impossibile, prevede la formazione di un governo di destra. Il Likud infatti ha già siglato un’intesa con il Partito Sionista Religioso. Se a questi voti si sommano i due partiti Haredim si otterrebbero 52 seggi: se altri due partiti si unissero alla coalizione ci sarebbe quindi una maggioranza. Tuttavia è improbabile che questo avvenga senza che Netanyahu faccia un passo indietro, il che è molto difficile. A lui e alla sua gestione della campagna vaccinale il Likud deve la sua vittoria. Inoltre rinunciare alla carica di Primo Ministro lo esporrebbe a quei tre processi penali che molto probabilmente si risolverebbero con sentenze di colpevolezza. Se lo farà quindi sarà solo dietro enormi garanzie di protezione, una prospettiva comunque inverosimile.

 

Scenario 3: quadruplice intesa Likud-centro-Labour

Ancora più improbabile è lo scenario di un governo Likud-Yesh Atid-Blu e Bianco-Laburisti. I problemi in questo caso sono due. Il primo è che la maggioranza sarebbe troppo esigua: appena 62 seggi. Il secondo è che o il Likud o Yesh Atid dovrebbero fare pesanti rinunce. Il primo dovrebbe cedere su Netanyahu, il che, come si è già detto, è molto difficile. Yesh Atid invece dovrebbe superare il tabù di un governo con Netanyahu. In entrambi i casi non ne varrebbe la pena, poiché le rinunce sono pesanti e il rischio che non bastino a garantire la stabilità è grosso. Inoltre, molti, soprattutto nel Likud, mal digerirebbero un governo con i Laburisti.

Insomma, la situazione è magmatica e dagli esiti imprevedibili. Ciò che è chiaro è che nemmeno questa volta Israele uscirà dallo stato di campagna elettorale permanente.

Sono uno studente di 24 anni del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Storiche presso l'Università di Torino attualmente in Erasmus presso la Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität di Bonn, Germania. Ho conseguito un diploma in Geopolitica e Sicurezza Globale presso l'ISPI. I miei campi di interesse sono lo spazio ex-sovietico e il Medio Oriente.

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